Il Gioco delle tre carte. L’ex Pdl, il Polo della Nazione e l’antipolitica


Il countdown dei partiti è iniziato. Era un po’ che aleggiava, ma adesso possiamo dire che ci siamo. Prima lo spread con la crisi, quindi lo spauracchio greco ed il Governo Monti. E ancora le inchieste dei tribunali di mezza Italia che colpiscono il PD al nord e al sud, dimezzano o azzerano i vertici della Lega Nord e poi il Pdl, che con i suoi esponenti è sempre un must per ogni procura. Ma tutto ciò non era stato sufficiente a far crollare il teatrino della politica, occorreva la fatidica goccia. Ci ha pensato Grillo con il suo Movimento o meglio con il suo presunto 10% ad accellerare il moto di distruzione.

Tutto questo, naturalmete, poggia sul sostanziale fallimento del governo Monti e sul fatto che il popolo italiano pian piano ne sta prendendo coscienza.

Già l’anno scorso, quando il governo retto da Silvio Berlusconi era solo il fantasma di se stesso, pian piano si faceva largo l’idea che il Popolo della Libertà era giunto, come il suo leader, al capolino. Si parlò della nascita di un nuovo partito,  che avrebbe soppiantato il “vecchio” Pdl, legato a doppio filo con il Partito Popolare Europeo. Un soggetto politico che, avendo messo alla porta il Cav., avrebbe preso nome e linee di pensiero proprie del Ppe. Poi si parlò pure dell’eventualità della nascita di due partiti il Ppe, appunto, ed un secondo retto da Berlusconi e dai suoi fedelissimi. Oggi le cose sono finalmente più chiare.

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L’Italia in mano ai beceri razzisti


Il nord Italia è messo sotto scacco dalla Lega nord? Forse no, come non lo è il Pdl, che sicuramente, però, è attentissimo agli umori del carroccio. Perché se il presidente della Camera, Gianfranco Fini, politicamente è messo in un angolo (da un punto di vista numerico), a causa del suo essersi contornato di uomini più opportunisti che fedeli, la Lega Nord è l’unico e vero ago della bilancia di questa maggioranza.

E questa cosa lo sa il presidente del Consiglio, lo sa Bossi e lo sa Fini, quindi se c’è qualcuno in grado di dettar legge all’interno di questo governo è proprio il partito di Bossi, perché se questo volta faccia a Silvio Berlusconi, il governo cade e si va a nuove elezioni, elezioni che molto probabilmente andranno a favore del centrosinistra, come è già accaduto in passato.  Tutti consapevoli quindi. Tutti pronti a farsi guerra e così il Gianfranco nazionale viene sfiduciato dal Pdl che, oltre a cancellarlo dal sito web del partito, lo vuole buttar fuori dall’intera compagine e Bossi, dal canto suo, alza il tiro, come sempre. Se oggi non si parla di imbracciare i fucili, si parla però di banche del nord, di test di lingua per gli immigrati che vogliano fare i commercianti (lo imparassero loro l’italiano) e cosa più importante la minaccia di scindere dall’alleanza ovvero far cadere il governo se non venga approvata quanto prima, magari con l’ennesimo voto di fiducia, la riforma federalista. E Berlusconi? Lui deve difendersi dalla magistratura, quindi non può permettersi le elezioni anticipate altrimenti dovrà e potrà finalmente dedicarsi ai suoi processi senza legittimi impedimenti o senza più sperare in salvifiche prescrizioni.

Fini si è calato le braghe?


Paradossalmente la vittoria alle ultime elezioni regionali non ha giovato alla maggioranza, anzi ne ha acuito i problemi decretando la genuflessione del nord ad un partito ignorante, xenofobo e secessionista quale è la Lega Nord. Che la luna di miele tra Silvio Berlusconi e Gianfrano Fini fosse finita, era evidente a tutti oramai da mesi. Dichiarazioni, smentite, veleni ed accuse reciproche hanno chiarito come i due politici da tempo navigano verso mete differenti. L’insofferenza del leader di AN nei confronti della Lega e della sua propaganda è un po’ il segreto di pulcinella, come lo strapotere della Lega al nord non poteva non creare più di una preoccupazione in un uomo da sempre rispettoso di una certa idea d’Italia, ma anche e forse soprattutto il modo con cui il presidente del consiglio intende la politica, il rapporto con gli avversari e il suo concetto di demo-crazia,  hanno determinato la fine di quello che poteva sembrare, solo 24 mesi fa, una alleanza devastante.

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dolce, stucchevole parlamento. il primo scivolone di Gianfranco Fini. Pier Ferdinando Casini è l'unico a difendere Antonio Di Pietro


Il clima di dialogo , i toni rilassati, l’aria quasi melensa, che si respira nei palazzi del potere oggi ha subito una battuta d’arresto. L’atmosfera acclamata da tutti (maggioranza, opposizione e giornali e giornalisti dell’una e dell’altra parte) come la nascita di una nuova Italia/politica, più confacente alla prassi istituzionale delle democrazie occidentali, ha mostrato stamane tutti i suoi limiti?

Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei deputati, prende il primo scivolone, ignorando il suo ruolo istituzionale favorisce i deputati del centrodestra a discapito dell’ex Ministro Antonio Di Pietro (Italia dei Valori). Mentre scrivo si stanno svolgendo le dichiarazioni per votare la fiducia al nuovo Governo Berlusconi, tutto fila liscio fino a che (ore 10.30) a prender la parola è l’onorevole Antonio Di Pietro, che a questo clima di estremo buonismo non ha mai creduto ed anzi ha messo in guardia (ieri) gli alleati del Partito democratico, troppo creduloni a suo dire.

Ed è questo concetto che oggi Di Pietro ha ribadito in Aula ed è ciò che ha fatto scoppiare la bagarre. Fischi, ululati e grida, come nella migliore delle tradizioni della Casa delle Libertà, si sono sollevate nei confronti del leader dell’IdV. I  deputati del centrodestra così sono riusciti ad interrompere più volte la dichiarazione dell’ex magistrato, che alla fine si è visto costretto a chiamare in causa il Presidente della Camera, il quale dopo qualche timido tentativo di placare gli animi esagitati dei suoi compagni di coalizione, ha richiamato l’oratore stesso:

“Lei non è nuovo di questa Aula e sa… Dipende da ciò che si dice, fermo restando che ho già invitato la parte destra dell’emiciclo a non interrompere”.

Quindi Fini da un lato se la prende con Di Pietro, colpevole di aver espresso la sua idea, dall’altro lato si difende, in fondo il suo lavoro di Presidente l’ha fatto e se i suoi compagni di partito e di coalizione lo ignorano che cosa può fare? In fondo è solamente il Presidente della Camera, la terza carica dello Stato italiano.

Mi devo correggere, ieri avevo scritto che “nessuno del cosiddetto centrosinistra si è espresso in difesa di Di Pietro”, bene ho sbagliato Walter Veltroni nella sua dichiarazione di voto ha detto (dai resoconti stenografici della Camera):

“L’opposizione è costituita in questo Parlamento da diverse forze con le quale ci proponiamo un cammino di dialogo e di convergenza. Voglio dire a noi tutti che dobbiamo abituarci anche ad ascoltare parole e opinioni che non condividiamo, ma ad ascoltarle con il rispetto che si deve a ciascuno in un’aula parlamentare – lo dico a proposito dell’intervento dell’onorevole Di Pietro. Ma ci sono anche forze di opposizione presenti nel Paese ma non in Parlamento, la cui voce è interesse comune: non smettano di dialogare e di pesare nella vita istituzionale e politica”.

Un altro deputato ad aver bacchetato il neo presidente Fini è stato Pier Ferdinando Casini, che forse proprio perché quel ruolo lo ha ricoperto magistralmente nella XIV legislatura, ha sottolineato come:

“Non si può sindacare l’intervento di un deputato. Sarebbe un precedente…”