Esteri: Medio Oriente



 Il 23 settembre Abu Mazen, presidente dell’ANP, chiede formalmente all’Onu il riconoscimento dello Stato Palestinese, con capitale Gerusalemme ed avente i confini del 1967, cioé prima della Guerra dei 6 giorni. 

Benjamin Netanyahu, leader israeliano, assente durante il discorso dell’omologo leader palestinese, comincia il suo discorso aprendo uno spiraglio: “Tendo la mano ai palestinesi per una pace giusta e durevole”. Poi, però, delegittimando l’ONU, ribadisce che la pace non può essere raggiunta attraverso risoluzioni internazionali, ma solo con la trattativa diretta tra i due popoli. E così, in nome della trattativa, quattro giorni dopo, il 27 settembre annuncia 1100 nuovi insediamenti a Gerusalemme est (territorio dei palestinesi).

DAVIDE DISSE A SAUL: NESSUNO SI PERDA D’ANIMO A CAUSA DI COSTUI. IL TUO SERVO ANDRÀ A COMBATTERE CON QUESTO FILISTEO


Periodicamente i nostri media si occupano della situazione mediorientale raccontandoci una guerra che dura ormai da più di sessant’anni. Una guerra fatta di umiliazioni, falsità e naturalmente morti, tanti morti.

I nostri politici e i nostri media ci hanno abituato a considerare Israele come una vittima della ferocia e dell’arroganza araba e palestinese. Un popolo, quello israeliano, tenuto sotto scacco dal leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad e dallo sciovinismo e dal radicalismo di Fatah e di Hamas, tutto sempre sotto l’ombrello ambiguo dei paesi arabi moderati, come la Giordania, la Siria ed il Libano. Ma a guardare le cose con più attenzione le due facce di questa medaglia, il bianco e il nero di questa realtà, si mescolano confondendosi in un unico magma quanto meno irritante.

Il nostro pensiero piccolo borghese non fa altro che alimentare quel sentimento puerile fatto di commiserazione, verso uno Stato ricco e potente, e di ineluttabile condanna, nei confronti di un popolo vessato, ignorato e massacrato dalla potenza economico-militare di una delle nazioni più forti al mondo.

E’ di queste ultime settimane l’ennesimo annuncio del governo israeliano di voler costruire altri 1600 nuovi alloggi in Gerusalemme, città che il popolo di David continua a considerare come la sua Capitale, nonostante l’ONU ne ha sempre definito il suo status giuridico come internazionale e cioè al di fuori ed al di là delle pretese avanzate da Israele e dal popolo palestinese. La decisione di inizio marzo di Benyamin Netanyahu questa volta però è risultata come una sfida agli Stati Uniti di Obama, che inaspettatamente hanno bocciato la scelta israeliana pretendendo un dietro front dal governo di  Netanyahu, che per tutta risposta ha dichiarato: che non ci sarà alcun cambiamento nella politica di Israele su Gerusalemme, politica che non è mai cambiata negli ultimi 42 anni.

A nulla è servita la visita del vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, o l’esortazione del segretario di Stato Hillary Clinton, che aveva invitato Israele a compiere delle scelte difficili in nome della pace. Per tutta risposta il primo ministro israeliano, volato a  Washington per “chiarire” la posizione del suo governo, ha asserito: “non dobbiamo farci intrappolare da una richiesta illogica e irragionevole”, che tra l’altro proveniva proprio dal presidente Obama, ma non contento ha rincarato la dose e, Vecchio Testamento alla mano, dichiara: “Gerusalemme non è una colonia, è la capitale d’Israele … il popolo ebraico costruì Gerusalemme 3000 anni fa e continua a farlo ora”.

Bene se a questa ultima vicenda sommiamo, l’irrefrenabile politica espansionistica nei confronti dei territori palestinesi. La costruzione del muro, che oltre ad essere una barriera difensiva è lo strumento grazie al quale si impedisce il normale approvvigionamento di cibo e di farmaci, aggiungiamo l’utilizzo di armi non convenzionali, come: le cluster bombs, il fosforo bianco ed i metalli tossici (tungsteno, mercurio, molibdeno, cadmio e cobalto) utilizzati nei bombardamenti, munizioni la cui deflagrazione provoca nella popolazione leucemie, problemi di fertilità e gravi effetti sui nuovi nati, come malformazioni e patologie di origine genetica. Senza considerare infine le tante risoluzioni ONU contro Israele ed in favore dei diritti umani violati in Palestina dal ’48 ad oggi, la situazione mediorientale si arricchisce di nuove sfumature.

Israele. La fiera del libro, antisionismo o democrazia?


  

Qualche giorno fa a L’Infedele, la trasmissione condotta da Gad Lerner su La7, si è discusso di ebraismo, Israele e della paura del mai sopito antisemitismo. L’occasione è stata fornita alla redazione del L’Infedele dalla prossima apertura della Fiera del Libro di Torino (dal 8 al 12 maggio) e dalle tante polemiche sorte contro gli organizzatori che hanno scelto Israele come paese ospite per questa edizione, anche perché questo sarà l’anno del 60° Anniversario della fondazione dello Stato ebraico.

Come sempre  tutti hanno perso l’occasione di agire secondo ragione.

C’è chi brucia le bandiere, chi grida allo scandalo e chi difende miopiamente questa o quell’altra fazione. Ma nessuno di questi ha mai pensato solo per un attimo di abbandonare la bandiera dell’isteria e della partigianeria più becera. Lo stesso presidente della Fondazione per la Fiera del Libro, Rolando Picchioni, si è visto tristemente costretto a difendere la sua scelta. “Nessun contatto fra Stato e Stato. La decisione di invitare Israele quale Paese ospite della Fiera della Libro di Torino è nata da una passeggiata con alcuni esponenti torinesi della Comunità ebraica”. Ma anche lui poteva fare uno strappo alla regola, che si è guradato bene dal fare.

Non parliamo poi di quella Claudia De Benedetti dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, fieramente presente, con tutta la sua tracotanza alto-borghese, nel salotto di Gad Lerner. La quale interpellata, poche volte a dir la verità, dal conduttore è riuscita semplicemente a sottolineare l’importanza che ha questo invito per il popolo e la cultura ebraica. Proseguendo con la sua fiera tracotanza non ha fatto altro che glorificare la scelta di sventolare, alla Fiera di Torino, le bandiere dello stato ebraico, vessilli che verranno portati in massa proprio da lei e dai suoi collaboratori. Nulla di male, se non fosse che Israele non è semplicemente uno Stato, non è semplicemente la Nazione ebraica, perché dietro, a fianco e davanti il concetto, il significato dello Stato Israeliano ci sono innunerevoli significati, valori, principi o semplicemente realtà che hanno la stessa dignità e perciò non possono essere lasciati in balia degli eventi.

La Fiera del Libro dovrebbe essere sinonimo di cultura e la cultura dovrebbe essere sinonimo di dialogo, confronto, emancipazione nonché di pace.

Cosa sarebbe costato fare uno strappo alla regola? cosa sarebbe costato ergersi al di sopra della mediocre partigianeria? e ancora cosa sarebbe costato chiedere agli organizzatori della Fiera del Libro di fare uno strappo alla regola ed invitare per l’Edizione del 2008 due Stati come ospiti. Due “Nazioni” che 60 anni fa hanno visto i loro destini incrociarsi tragicamente ed indissolubilmente.  Sicuramente tanto visto che nessuno lo ha fatto e nessuno a quanto ne sappia ha sollevato questa malsana possibilità. Certo è che se in Italia, un Paese sicuramente e fortunatamente vicino (con diverso slancio) al futuro di questi due popoli, si inciampa così goffamente su tali questioni, figuriamoci in una terra martoriata ed intrisa del sangue dei figli di quei due popoli.

Come se non bastasse il nostro presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, ex fascista ma purificatosi con l’abluzione in Terra Santa nel 2003 ha ritenuto giusto nonché doveroso, salvo poi smentire, come gli ha ben insegnato il suo precettore (Silvio Berlusconi), di paragonare le gravi contestazioni di Torino con il fatto che un gruppetto di nazi, ben conosciuto dalla digos e dall’autorità giudiziaria, hanno picchiato ed ucciso un ragazzo, così per diletto, per gioco. Gianfranco Fini:

“Quel gruppo neonazista va preso, messo in galera e rieducato, non ci può essere nessun tipo di solidarietà”. Però, rispetto a questo episodio, sono “molto più gravi” le contestazioni dei giorni scorsi della sinistra radicale contro la Fiera del libro di Torino. Lo ha dichiarato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, durante le registrazioni di “Porta a Porta”.

e poi ha detto:

“Sono polemiche inventate, quando non si hanno argomenti per polemizzare allora si inventano. Io non ho mai difeso i naziskin che sono da condannare assolutamente, ho solo detto che i due fenomeni, quello di Verona e quello della fiera del Libro di Torino non sono paragonabili tra di loro”.