Esteri: Medio Oriente



 Il 23 settembre Abu Mazen, presidente dell’ANP, chiede formalmente all’Onu il riconoscimento dello Stato Palestinese, con capitale Gerusalemme ed avente i confini del 1967, cioé prima della Guerra dei 6 giorni. 

Benjamin Netanyahu, leader israeliano, assente durante il discorso dell’omologo leader palestinese, comincia il suo discorso aprendo uno spiraglio: “Tendo la mano ai palestinesi per una pace giusta e durevole”. Poi, però, delegittimando l’ONU, ribadisce che la pace non può essere raggiunta attraverso risoluzioni internazionali, ma solo con la trattativa diretta tra i due popoli. E così, in nome della trattativa, quattro giorni dopo, il 27 settembre annuncia 1100 nuovi insediamenti a Gerusalemme est (territorio dei palestinesi).

Morire in Palestina, una giornata particolare di normale quotidianità


riceviamo e pubblichiamo 

I Fiati Sprecati alla manifestazione contro il muro a Bil’in, 31 dicembre 2010

Vista la diffusione rapida di video ed anche di informazioni poco chiare o addirittura errate sulla manifestazione del 31/12/2010 a Bil’in, vogliamo raccontare quella che è stata la nostra esperienza diretta.

Dal 2005, per reagire alla costruzione del muro che sta divorando i terreni agricoli del villaggio di Bil’in con l’obiettivo di permettere l’espansione della vicina colonia israeliana, centinaia di persone, palestinesi, internazionali e israeliani contrari all’occupazione, si ritrovano ogni venerdì per manifestare contro questo muro dell’apartheid e contro gli insediamenti che Israele continua a costruire sottraendo terre alla Palestina.

Da Ramallah siamo saliti su un pulmino in direzione Bil’in. A circa 2 Km dal villaggio di Bil’in abbiamo trovato le camionette dell’esercito che bloccavano la strada. In Palestina funziona così: l’esercito israeliano arriva, dichiara un pezzo di territorio Palestinese “area militare chiusa” e lo militarizza.

Abbiamo trovato un villaggio ingabbiato tra mura, insediamenti e recinzioni. Il breve percorso della manifestazione percorre una stradina in discesa circondata dai secolari uliveti palestinesi. Una strada divisa a metà, da una parte della collina i palestinesi dall’altra l’esercito, schierato ben al di là della loro stessa linea di confine a tutela della colonia. Alcuni ragazzi hanno tagliato un pezzo di recinzione e lo hanno messo a terra di fronte ai soldati come a dire “è roba vostra, riprendetevela, riportatela a casa vostra”. L’esercito spara lacrimogeni ad altezza uomo, mirando direttamente ai manifestanti. I lacrimogeni israeliani posso uccidere a causa del metallo con cui sono fatti. A Bil’in il 31 dicembre una donna si è ritrovata avvolta dal fumo dei lacrimogeni, portata all’ospedale di Ramallah, durante la notte è morta per asfissia polmonare dovuta ai componenti tossici presenti nel gas. Si chiamava Jawaher Abu Rahmah. Era sorella di Bassem Abu Rahmah, morto nell’aprile del 2009, colpito all’addome da un lacrimogeno sparato dai soldati israeliani.

Abbiamo cominciato a suonare, il nostro muro del suono avanzava verso l’esercito. Quasi subito è arrivata una scarica di lacrimogeni e di proiettili di gomma. Ci siamo ritrovati avvolti nel fumo, con il respiro bloccato. La tosse ci dava convulsioni, voglia di vomitare. Non si riusciva a vedere niente e gli occhi bruciavano e non riuscivamo a tenerli aperti. Qualche palestinese riesce a raggiungere i soldati con una bandiera in mano. Niente di più. Si va avanti così per qualche ora. Alla fine della manifestazione ripercorriamo in salita la stretta stradina in mezzo agli uliveti. Una famiglia di palestinesi con la casa di fronte alla moschea ci invita ad entrare. Ci preparano succo dei pompelmi del loro orto. Suoniamo e cantiamo con loro “Bella ciao”. Dopo essere stati a Bil’in ci rimane difficile accettare le parole di Saviano che parla di Israele come di uno stato democratico. Centinaia di israeliani hanno manifestato il 1° gennaio a Tel Aviv contro le azioni dei militari a Bil’in e in solidarietà alla famiglia di Jawaher. Molti di loro sono stati arrestati dalla polizia israeliana e portati in carcere.

Ci rimane difficile pensare che tutte le nazioni, compresa la nostra sostengano questa indegna occupazione, e il lento massacro di un popolo. Abbiamo visto uno Stato che agisce con la violenza, la sopraffazione, che nega ogni rispetto per i diritti umani, che imprigiona le persone anche senza avere un motivo. Uno Stato dove non c’è uno stato di diritto, dove vige il libero arbitrio nei confronti dei non-ebrei in barba ad ogni accordo internazionale. Se Israele non smetterà di occupare la Palestina ogni accordo sarà impossibile. Solamente restituendo ai palestinesi la sovranità sulla propria terra e il diritto all’autodeterminazione si potrà cominciare a parlare di pace. Dove continua la sopraffazione e la violenza, dove c’è una forza che si impone con carri armati e soldati ed una che può solo resistere con bandiere e qualche fionda nessuna pace sembra possibile. Per molto meno di quello che succede in Palestina, la comunità internazionale avrebbe reagito inviando eserciti e armamenti, ma non lo fa, e questo dovrebbe porre dei seri interrogativi.

WIKILEAKS SVELA IL COMPLOTTO CONTRO EMENRGENCY




l'ospedale di lashkar-gah

Riapre dopo più di 90 giorni di stop l’ospedale di Emergency a Lasshkar-Gah. Un mare di fango e di calunnie hanno investito in questi mesi l’ONG italiana e lo stesso fondatore, Gino Strada, reo di “fare troppa politica”, un atteggiamento ambiguo, secondo alcuni, ma soprattutto pericoloso per le forze di “pace” di stanza in Afghanistan. Un atteggiamento che in un modo o nell’altro aveva trasformato il centro di Lashkar-Gah in un covo di talebani o meglio in un deposito di armi talebane. A causa di ciò lo scorso aprile tre volontari italiani di Emergency furono arrestati dalla polizia afghana. Gli arrestati erano: l’infermiere Matteo Dell’Aira (coordinatore medico), il chirurgo d’urgenza Marco Garatti, veterano dell’Afghanistan, e il tecnico della logistica Matteo Pagani. I tre, secondo l’accusa del governo Karzai, non solo avevano permesso l’ingresso delle armi nell’ospedale ed erano direttamente coinvolti nell’omicidio di Daniele Mastrogiacomo, ma stavano partecipando ad un complotto per uccidere il governatore della provincia di Helmand, regione dove si trova l’ospedale.

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PALESTINA. L’ONU HA ASSOLUTO BISOGNO DEL SOSTEGNO DELL’OCCIDENTE


Abbiamo intervistato padre Nandino Capovilla, membro della Associazione Pax Christi – Movimento cattolico internazionale per la pace, da anni impegnato nella difesa dei diritti umani, un osservatore speciale in Terra Santa.

gerusalemme vecchia

Padre Nandino quale è la situazione nei campi profughi?

La condizione dei campi profughi è ai più sconosciuta ed è una situazione a dir poco drammatica. Nei campi manca tutto e si sopravvive in una condizione di assoluto abbandono, mancano, per dirne una, i servizi essenziali, come gli impianti fognari, idrici o un servizio di raccolta rifiuti. Questi servizi dovrebbero essere forniti dalle municipalità di riferimento, che non sono palestinesi, ma israeliane. Una situazione su cui pesa lo straordinario tasso di popolosità dei campi, in quello di Gerusalemme, ad esempio, per ogni Km² vivono circa 25.000 persone. A volte i campi sono all’interno delle città occupate e ciò li fa diventare una gabbia all’interno di un’altra gabbia.

Come vede lei la situazione israelo-palestinese?

È una situazione insostenibile, complessa ed ignorata dalla maggior parte del mondo. Se vogliamo spiegare questo tragico ginepraio non possiamo non partire dal 1948 e dall’inizio dell’occupazione. Detto ciò va ribadito con forza e fuor di retorica che prima esisteranno due popoli e due Stati prima la situazione israelo-palestinese si avvierà verso una normalizzazione. Quella terra ha un assoluto bisogno di legalità internazionale. Finché l’ONU, però, verrà lasciato solo dai governi occidentali non potrà che limitarsi all’assistenzialismo, alla costruzione di qualche scuola, che magari viene pure bombardata, e alla distribuzione di un po’ di cibo. La radice di tutto è l’occupazione illegale da parte di Israele. In nessun modo va confuso il ruolo dell’occupante dalla condizione dell’occupato, il nodo della questione è tutto qua.

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DAVIDE DISSE A SAUL: NESSUNO SI PERDA D’ANIMO A CAUSA DI COSTUI. IL TUO SERVO ANDRÀ A COMBATTERE CON QUESTO FILISTEO


Periodicamente i nostri media si occupano della situazione mediorientale raccontandoci una guerra che dura ormai da più di sessant’anni. Una guerra fatta di umiliazioni, falsità e naturalmente morti, tanti morti.

I nostri politici e i nostri media ci hanno abituato a considerare Israele come una vittima della ferocia e dell’arroganza araba e palestinese. Un popolo, quello israeliano, tenuto sotto scacco dal leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad e dallo sciovinismo e dal radicalismo di Fatah e di Hamas, tutto sempre sotto l’ombrello ambiguo dei paesi arabi moderati, come la Giordania, la Siria ed il Libano. Ma a guardare le cose con più attenzione le due facce di questa medaglia, il bianco e il nero di questa realtà, si mescolano confondendosi in un unico magma quanto meno irritante.

Il nostro pensiero piccolo borghese non fa altro che alimentare quel sentimento puerile fatto di commiserazione, verso uno Stato ricco e potente, e di ineluttabile condanna, nei confronti di un popolo vessato, ignorato e massacrato dalla potenza economico-militare di una delle nazioni più forti al mondo.

E’ di queste ultime settimane l’ennesimo annuncio del governo israeliano di voler costruire altri 1600 nuovi alloggi in Gerusalemme, città che il popolo di David continua a considerare come la sua Capitale, nonostante l’ONU ne ha sempre definito il suo status giuridico come internazionale e cioè al di fuori ed al di là delle pretese avanzate da Israele e dal popolo palestinese. La decisione di inizio marzo di Benyamin Netanyahu questa volta però è risultata come una sfida agli Stati Uniti di Obama, che inaspettatamente hanno bocciato la scelta israeliana pretendendo un dietro front dal governo di  Netanyahu, che per tutta risposta ha dichiarato: che non ci sarà alcun cambiamento nella politica di Israele su Gerusalemme, politica che non è mai cambiata negli ultimi 42 anni.

A nulla è servita la visita del vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, o l’esortazione del segretario di Stato Hillary Clinton, che aveva invitato Israele a compiere delle scelte difficili in nome della pace. Per tutta risposta il primo ministro israeliano, volato a  Washington per “chiarire” la posizione del suo governo, ha asserito: “non dobbiamo farci intrappolare da una richiesta illogica e irragionevole”, che tra l’altro proveniva proprio dal presidente Obama, ma non contento ha rincarato la dose e, Vecchio Testamento alla mano, dichiara: “Gerusalemme non è una colonia, è la capitale d’Israele … il popolo ebraico costruì Gerusalemme 3000 anni fa e continua a farlo ora”.

Bene se a questa ultima vicenda sommiamo, l’irrefrenabile politica espansionistica nei confronti dei territori palestinesi. La costruzione del muro, che oltre ad essere una barriera difensiva è lo strumento grazie al quale si impedisce il normale approvvigionamento di cibo e di farmaci, aggiungiamo l’utilizzo di armi non convenzionali, come: le cluster bombs, il fosforo bianco ed i metalli tossici (tungsteno, mercurio, molibdeno, cadmio e cobalto) utilizzati nei bombardamenti, munizioni la cui deflagrazione provoca nella popolazione leucemie, problemi di fertilità e gravi effetti sui nuovi nati, come malformazioni e patologie di origine genetica. Senza considerare infine le tante risoluzioni ONU contro Israele ed in favore dei diritti umani violati in Palestina dal ’48 ad oggi, la situazione mediorientale si arricchisce di nuove sfumature.

I siti di lancio di armi nucleari in Europa non soddisfano i requisiti di sicurezza USA


Ormai è certo, le basi militari statunitensi in Europa non rispettano gli standard minimi di sicurezza. Il problema è che queste basi hanno delle testate nucleari. A dichiararlo è stata lo scorso 19 giugno la Federation of America Scientists (FAS). Questa Federazione di scienziati si occupa anche della sicurezza delle basi dell’Air Force.

Già nello scorso febbraio il Pentagono aveva pubblicato un rapporto sulle basi nucleari in Europa, ma come spesso accade, il documento era pieno di omissis, la relazione della FAS, “Blue Ribbon Review of the Nuclear Weapons Policies and Procedures” (BRR), invece, mostra in tutta la sua drammaticità l’obsolescenza di questi stabilimenti. Il problema non è rappresentato dal fatto che questi ordigni possano esplodere, ma che possano essere trafugati, privati del loro carico radioattivo, che poi potrebbe essere utilizzato per la fabbricazione di “bombe sporche”.

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ONU. La questione Iran e i salamalecchi di Bush a Berlusconi


Tutto diviene un po’ più chiaro. Qualche giorno fa (3 giugno) Angela Merkel, la cancelliera tedesca, aveva posto il suo veto all’ingresso dell’Italia nel club esclusivo del 5+1 dell’ONU (Usa, Uk, Francia, Cina e Russia + Germania). Il motivo è apparso a tutti sin troppo evidente, come dire ognuno tira acqua al suo mulino, l’ingresso dell’Italia nel Consiglio permanente dell’ONU avrebbe estromesso per un po’ di anni la Germania dal medesimo gruppo visto che nessuno ha parlato di un 5+2. 5+1e non 5+2 o 6+1 e questo perché l’ingresso del membro addizionale avrà un compito ben specifico, cioè quello di partecipare alle trattative sul nuclerare iraniano.

«Il governo tedesco non vede alcuna necessità di cambiare il formato negoziale» sul problema del nucleare iraniano, introduce il portavoce del ministro Steinmeyer, Spd, riferendosi al «Grup- po 5+1» del quale Berlino è parte.

Ma c’è qualcosa d’altro…

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