Economia & crisi. Non nel mio giardino. Esodati di chi la colpa?


Capita raramente, ma ogni tanto capita. Trovarmi in accordo con la Marcegaglia. Il presidente degli industriali italiani se la prende con il ministro Elsa Fornero e in particolar modo con la sua ultima uscita riguardante gli esodanti, che sarebbero stati creati dalle imprese.

La Marcegaglia ribadisce che:

non si possono mettere in discussione gli accordi che, nel pieno rispetto delle leggi, imprese e sindacati hanno stipulato per attenuare gli impatti sociali derivanti dalla crisi. L’aver limitato l’applicazione del precedente regime previdenziale solo ad alcuni soggetti, senza darsi pensiero di tutti i lavoratori coinvolti nelle procedure di mobilità, è stata una scelta del legislatore, non certo delle imprese. Ora si tratta di trovare le risorse economiche per affrontare la questione e mettere la parola fine a quel balletto di numeri cui assistiamo in questi giorni.
Con estrema chiarezza si deve dire che non si tratta di una concessione rispetto alle legittime sollecitazioni che giungono da lavoratori, organizzazioni sindacali e imprese, bensì di un atto dovuto.

Vero, anzi verissimo. Ma la cara confindustriale forse dimentica che lo sport nazionale di questo Paese non è il calcio, bensì rimangiarsi la parola. Cosa dovremmo dire allora, o meglio perché lei non si è espressa, sulla riforma delle pensioni? Anche lì se non mi sbaglio lo Stato aveva fatto un patto con milioni di cittadini, con milioni di lavoratori, patto che si è disciolto come neve al sole. E lasciamo stare se è l’Europa che ce lo chiede o sono le industri che ce lo chiedono o ancora è la crisi che ce lo impone. Il fatto semplicisimo è che lo Stato si era accordato in un modo sui tempi e sulle retribuzioni del fine lavoro e poi un bel giorno ha ritrattato unilateralmente tutto, una volta, due volte, tre volte e così via.

Qui nessuno si è indignato, qui nessuno ha parlato, qui nessuno ha fatto valere i diritti della gente, dei lavoratori, dei pensionati, in fondo chi sono questi se non una massa informe che non arriva a fine mese?

Infine, anche Elsa Fornero ha ragione. Chi, infatti, se non gli industriali, che piangono vergognosamente miseria ogni dì, ha creato gli esodati? Sono loro che non riescono (parafrasandoli) con coraggio e spirito imprenditoriale a superare la crisi e continuano a vedere nello sfruttamento dell’operaio l’unica soluzione ai loro problemi. Licenziamenti, licenziamenti e ancora licenziamenti è l’unica parola che sembrano conoscere. Certo a questa “strategia” affiancano, ottocentescamente, l’aumento delle ore di lavoro e la riduzione dei salari. Sono dei sempre verdi.

Marchionne docet. Fa dei prodotti scadenti, che non hanno mercato e costano pure! Quale soluzione trova il geniale manager per risollevare le sorti della Fiat? Quella di cancellare i diritti ai lavoratori e di buttar fuori le voci critiche (Fiom).

Se una lezione possiamo trarre da tutto questo bailamme fatto di crisi, licenziamenti, disoccupazione, piagnistei, dolore e suicidi è solo una: chi paga sono sempre gli stessi. L’anello debole di questa catena.

Annunci

LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI, ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E DELL’OCCUPAZIONE


Ai membri del Governo e del Parlamento. Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea. Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali. E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica.

 

Questa iniziativa fu messa in atto con una lettera aperta del 15 Giugno 2010 da Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio) e Antonella Stirati (Università Roma Tre). A questa iniziativa aderirono 250 economisti sia italiani che internazionali.

La letta integrale con tutte le firme su:

http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/

La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.

Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea (qualsiasi casalinga lo avrebbe potuto dire, ndr).

Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero (cioé le regole della U.E. determinano uno squilibrio fra l’import e l’export sempre a detrimento dei soliti Stati, ndr).

Continua a leggere

*SPREAD…. CHE COS’E’?


SPREAD

Spread significa “ampiezza”, “apertura” (ma anche “allargamento”, “forbice” in senso figurato) e viene usato oggi per definire la differenza tra il rendimento dei titoli di stato italiani e quelli tedeschi.

Lo Stato normalmente immette sul mercato titoli obbligazionari, i titoli di stato in questo caso, per finanziare il debito pubblico. Nel caso italiano, si tratta dei BTP (Buoni del Tesoro Poliennali) che, due volte al mese, vengono messi all’asta dalla Banca d’Italia. Hanno scadenza a 3, 5, 10, 15 e 30 anni.

Le obbligazioni a differenza delle azioni sono dei veri e propri prestiti che il privato o anche il pubblico fa ad una società privata o a uno Stato, quindi alla scadenza il creditore riavrà l’intero capitale “prestato” più le cedole di interesse, che ha riscosso periodicamente.

Chi investe nelle obbligazioni italiane (BTP) sa di correre più rischi, a causa delle finanze italiane, e quindi “pretende” un rendimento più alto, il tasso di interesse in Italia sui BTP decennali ha raggiunto circa il 6%, a differenza di quello tedesco che oggi si aggira intorno al 3%, questa differenza determina lo spread.

Due conclusioni: a) Più lo stato dell’economia è incerta più saranno alti i tassi di interesse. Questo, però, determina un circolo vizioso. Infatti quando il PIL tornerà a salire il guadagno servirà a ripagare innanzitutto gli alti interessi, se questi non vengono estinti il debito pubblico continuerà a salire. delle obbligazioni. b) Se il debito pubblico di uno Stato viene acquistato dai cittadini dello stesso Stato è praticamente impossibile che questa nazione fallisca (così era in Italia prima dell’ingresso nell’euro), ma se ad acquistare questi buoni sono altri Stati o soggetti privati ecco che il fallimento dello Stato, il cosiddetto default, è dietro l’angolo.