CHE FINE HA FATTO L’EDUCAZIONE?


di Leandro Papa

Con ogni probabilità riuscirò ad attirarmi le antipatie di molti per via delle considerazioni che sto per esporvi e rischio di farmi etichettare subito come un conservatore reazionario. I fatti degli ultimi mesi, però, impongono delle riflessioni che siano un po’ fuori dal coro. Mi riferisco alle “attività ludiche” dei giovani (ragusani e non), il cui più recente divertimento è quello di vandalizzare le proprietà comunali dedicate alla pubblica utilità. Sto parlando delle due incursioni alla Piscina Comunale di Ragusa (o delle fiamme alla scuola Quasimodo) che sono apparse chiaramente non tanto come semplici attività criminali – e che comunque del termine “crimine” hanno tutte le caratteristiche – ma delle vere e proprie bravate. Non sono mancati gli interventi che hanno puntato il dito sul degrado sociale oppure sul fatto che compiere un’effrazione sia in realtà una richiesta di “aiuto”. Fesserie. La verità è che i giovani del 2011 sono cretini. Non tutti, certo, ci saranno anche gli intelligenti, quelli più maturi rispetto alla loro età, i bravi ragazzi, gli educati ed i rispettosi. Ma quelli scemi quanti sono?


Davvero, non vorrei offendere nessuno, ma quando ho visto alla Piscina Comunale la vasca riempita con la schiuma degli estintori mi è uscita una sola parola dalla bocca: cretini. Poi mi hanno fatto notare che su un muro era stato scritto: “non ci prenderete mai”. Ma quando vi prendiamo però…
Per alcuni la colpa a monte di certi comportamenti è da ricercare nell’assenza di centri di aggregazione e nel fatto che non ci sono opportunità di svago. Altre fesserie. Quindici anni fa, nel pieno della mia adolescenza, Ragusa (la Sicilia, l’Italia, il Mondo) non era tanto diversa da oggi. Non c’era “nulla da fare” ieri esattamente come oggi. Cosa alla quale il sottoscritto non crede. Il fatto stesso di poter passare del tempo assieme agli amici rappresentava per me, quanto per chi frequentavo, il miglior modo di impiegare le nostre giornate, cominciando dalla scuola. Gli sfoghi giovanili che si tramutavano in vandalismo erano sicuramente meno di oggi. Personalmente non credo che possa esistere centro di aggregazione più opportuno della scuola e delle attività ad essa correlate. Tuttavia è necessario che ad insegnanti e professori venga restituito un ruolo che i genitori moderni, inconsapevolmente o meno, rifiutano di delegare: fare rispettare le regole.  
Le bravate le abbiamo fatte tutti nella nostra vita, ma ci sono dei limiti che non si possono superare. Faccio un rapido esempio: una volta, io ed alcuni amici – avevamo una quindicina d’anni – siamo entrati di notte alla Villa Margherita che ovviamente era chiusa al pubblico. Abbiamo usato le altalene e fumato qualche sigaretta sdraiati su alcune panchine. Mai e poi mai ci sarebbe passato per la testa di rompere/danneggiare/deturpare qualcosa. Probabilmente non eravamo meno scemi di chi oggi ha la nostra stessa età di allora, ma so per certo che avevamo in testa alcuni valori, certi principi che per via di una determinata educazione (o un’educazione determinata) avevamo ben radicati, dalla nuca al tallone. A scuola nessuno ci bacchettava le mani, ma un eventuale voto basso in condotta o un richiamo ufficiale generava in famiglia reazioni efficaci. Il timore che si mettessero in pratica eventuali ritorsioni domestiche era un valido deterrente alle nostre esuberanze più pericolose.
In conclusione, nell’era dei personal computer, delle console per i giochi, di Internet, dei multisala o ancora delle associazioni sportive e culturali, degli oratori, dei fumetti non solo per bambini, dei giochi di ruolo, dei laboratori teatrali, dei libri tascabili (caspita! I libri!), la scusa che non ci sia nulla da fare non regge più. Quindi, tornando alle ragioni per cui sarò antipatico a molti, sono convinto che ai giovani membri della nostra società mancano la disciplina e, in casi estremi, le punizioni esemplari. Certo, mi sembra di sentir parlare mio nonno che ogni volta che ne combinavo una rievocava le bacchettate sulle mani e credeva che i miei genitori fossero “morbidi”. Eppure, vi dirò, ripensandoci non si sbagliava per niente

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