QUANDO FU IL BEL PAESE


 

Viene un po’ di invidia a guardare la forza di quei popoli che oggi si stanno battendo, a rischio della propria vita, per una società più giusta. Sono circa un milione di persone che dal Magreb sino allo Yemen, passando per l’Egitto e l’Oman, hanno deciso di scendere in piazza per rovesciare una volta per tutte i loro tiranni in nome della libertà, in nome della democrazia, in nome della loro dignità. Con o contro la polizia, con o contro l’esercito, queste genti, questi ragazzi, hanno occupato intere città, riappropriandosi della loro terra, palmo a palmo.

Non si può che rimanere ammirati dal coraggio e dalla reazione imperiosa di un’intera generazione nata e vissuta sotto l’ombrello della tirannia, che oggi prendendo coscienza di sé, ha dato vita ad una rivoluzione alimentatasi con internet e i social network.

Ma a ben guardare qualcosa di simile è avvenuto anche qui da noi. Certo, quasi due secoli fa, ma anche nella povera e martoriata Italia ci fu una generazione che sacrificò la sua giovinezza per l’ideale di una Nazione unita, libera e repubblicana.

Un movimento, una rivoluzione, che affonda le sue radici nel giusnaturalismo e nell’Illuminismo, nell’età napoleonica e nel sogno di un Generale. All’indomani del Congresso di Vienna (1815), all’indomani di quell’ultimo e disperato tentativo di restaurare l’Ancien régime, una filosofia ed una società oramai superata nei fatti dalla Storia, il popolo europeo, in un unico impeto d’orgoglio e coraggio, sfidò il potere costituito.

Il 1820 e le rivendicazioni per una costituzione ed un parlamento in Italia ed in Europa, il 1830 e il 1848 quando fu a tutti certo che il mondo era cambiato e poi le rivendicazioni sociali e umanistiche. Il 1861, l’Unità d’Italia e le guerre di indipendenza, la seconda metà dell’800 quando finalmente si afferma il concetto di Nazione, un’unica terra per un unico popolo vissuto da una medesima storia, fu il Risorgimento, in Italia e all’estero.

Mazzini, Mameli, D’Azeglio, Battisti e Pisacane, ma anche Garibaldi, Cairoli, Bixio e Zamboni tra i più famosi e a me più cari, vissero in clandestinità, furono perseguitati ed arrestati, alcuni vissero di stenti ed in esilio, ma nulla valse contro la loro fede, contro i loro ideali.

Ed oggi? Tutto dimenticato. Il loro sacrificio quasi un fatto folkloristico, buono per qualche fiction, ma nulla di più.

In Parlamento, proprio quell’istituzione che loro contribuirono a creare, vivono e pasteggiano individui che nulla sanno, infastiditi dall’Italia e dalla sua Repubblica, dalla Costituzione e dalla sua Storia. Propagandano la secessione in piazza e parlano di federalismo in Parlamento, si rifiutano di celebrare quel sacro fuoco che diede vita alla nostra Patria, ma danno fuoco a Garibaldi come i peggiori fondamentalisti.

Durnwalder, presidente della Provincia di Bolzano, inconsapevole del ruolo che ricopre, si permette di dire no alle celebrazioni, ma accetta di buon grado le elargizioni dello Stato. Gli industriali, i leghisti e non solo, avanzano improbabili problemi di risparmio in tempi di crisi. Tranne poi rivendicare una loro festa in nome dell’idiozia padana.

Ma la tragicità di tutto ciò va oltre i singoli episodi. Essa dura da più di vent’anni, vent’anni di silenzio, di supina accondiscendenza, vent’anni di alleanze politiche e sociali.

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