LA SOVRANITÀ ALIMENTARE E LE ALTERNATIVE ALLO SVILUPPO


E’ del 16 novembre la notizia che l’Unesco ha riconosciuto la dieta mediterranea, e con essa la dieta francese, patrimonio culturale immateriale. Per molti questo non è solo il riconoscimento della buona cucina tradizionale, ma qualcosa di più, è il riconoscimento ufficiale di un modo di produrre e consumare cibi, è la filosofia della sostenibilità ambientale e dell’eticità delle politiche connesse al cibo e all’alimentazione.

Nel 2007, la dichiarazione di Nyeleni, a Sélingué in Mali, ha definito ciò che si intende per Sovranità Alimentare, un concetto ampio che racchiude sia “il diritto dei popoli ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, ma anche il diritto di poter decidere il proprio sistema alimentare e produttivo”. […] “La sovranità alimentare dà priorità all’economia ed ai mercati locali e nazionali, attribuendo il potere ai contadini, all’agricoltura familiare, alla pesca e all’allevamento tradizionale, e colloca la produzione, la distribuzione e il consumo degli alimenti, sulla base di una sostenibilità ambientale, sociale ed ecologica. La sovranità alimentare promuove un commercio trasparente che possa garantire un reddito dignitoso per tutti i popoli ed il diritto per i consumatori di controllare la propria alimentazione e nutrizione. Essa garantisce che i diritti di accesso e gestione delle nostre terre, dei nostri territori, della nostra acqua, delle nostre sementi e del nostro bestiame siano in mano dei produttori”.

Il concetto della Sovranità Alimentare si inserisce in un più ampio discorso che impegna da qualche decennio gli scienziati sociali e che ora si trova al centro del dibattito civile e politico. Nel 1934, Simon Kuznets conia il concetto di PIL, un algoritmo fatto dagli economisti per gli economisti, che doveva servire in ambito accademico ad analizzare il tasso di crescita di una Nazione. Il PIL, invece, viene impropriamente usato dai politici per giustificare le loro politiche e il loro operato, finché il risultato è in crescita la Nazione dimostra buona salute, ma in effetti le cose non stanno proprio così.

Da qualche tempo a questa parte si è iniziato a sentire il bisogno di un nuovo indice capace di rappresentare in modo più esaustivo e completo lo stato di salute di una nazione. Un indice che non faccia riferimento al solo dato economico-finanziario. Fu così che negli anni ’80, Herman Daly propose di integrare il PIL con il GPI, Genuine Progress Indicator, che rettifica il PIL tenendo conto dell’inquinamento e del degrado ambientale, sono questi gli anni in cui viene coniato il concetto di impronta ecologica, che cerca di rendere conto al Pianeta delle nostre azioni.

Si passa così da un era di sviluppo (in primis la globalizzazione e poi con la cooperazione internazionale) ad un era in cui studiosi ed operatori lavorano non tanto per cercare uno sviluppo alternativo ma alternative allo sviluppo.

Spesso abbiamo sentito parlare di decrescita e acrescita, sono concetti poco chiari, ma di fondamentale importanza. Si fa sempre più largo l’idea tra studiosi ed attivisti che bisogna poter e dover cambiare rotta, di sicuro non un ritorno all’età della pietra, ma ad una produzione determinata dal controllo serrato dei consumi e dell’inquinamento che ne deriva.

Per esempio si è calcolato che ogni individuo per avere una vita dignitosa, considerando fattori quali i trasporti, la comunicazione e il riscaldamento, dovrebbe avere un consumo pro-capite di 1kwh. Stati Uniti e Canada sono 12 volte al di sopra di questa media, mentre l’Europa la supera di 5 o 6 volte. Di conseguenza la maggior parte della popolazione mondiale vive molto al di sotto di questa soglia. Già oggi le risorse del pianeta non basterebbero se volessimo estendere i consumi occidentali a tutti gli abitanti del globo, si stima infatti che ne sarebbero necessari 6 o 7 di pianeti per giungere il 2050, senza considerare, però, i trends attuali di crescita, infatti se dovessimo fare una proiezione conteggiando questi trends non basterebbero più i sette pianeti, ma ne occorrerebbero ben 30. Questo modo di produrre e di consumare è illusorio, insostenibile, è inumano.

Appare evidente il dover porre un freno a tutto questo e ciò lo si potrebbe fare ponendo alla base di questo rinnovamento le otto R stabilite da Serge Latouche, economista e filosofo francesce: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Rilocalizzare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare.

Nel 2000, l’Onu aveva stabilito che la piaga della fame doveva essere risolta entro il 2015, bene, siamo lontanissimi da quel traguardo, il 2015 si avvicina e ogni anno milioni di persone precipitano sotto la soglia della sussistenza, alla fine del 2009, su i 6mld e 700mln di abitanti 1mld e 20mln sono stati definiti poveri. Forse viene da chiedersi, produciamo troppo poco cibo e non ce n’è per tutti? Ebbene no, nel solo 2010 è stato prodotto cibo sufficiente a sfamare 12mld di persone, il problema allora è la distribuzione. Pensate, di quel 1mld e 20mln di poveri solo l’1,5% risiede nel nord del mondo, l’altro va ridistribuito tra le nazioni emergenti, con l’Africa Sub-sahariana che fa la parte del “leone”.

Da qui sorge spontanea un’altra domanda, se noi riusciamo a produrre un surplus tale di cibo come mai queste nazioni non riescono a provvedere al loro fabbisogno nazionale? Ebbene, non è a causa della loro incapacità, bensì è frutto delle ingerenze delle multinazionali agro-alimentari che, in una sorta di oligopolio planetario, gestiscono i loro interessi a discapito delle nazioni “colonizzate”, perché oggi, la colonizzazione non avviene tramite la guerra e la conquista, ma tramite l’economia. Delle cento maggiori economie mondiali, bisogna ricordare che solo 49 sono nazioni, le altre sono multinazionali con un potere d’acquisto e contrattuale talmente forte da poter sottomettere interi Paesi e/o continenti.

La produzione alimentare delle nazioni meno potenti viene condizionata e oppressa dalle grandi aziende, che insinuatesi nel mercato nazionale ne stravolgono le dinamiche. I produttori di riso statunitensi, per fare un esempio, sono riusciti a rendere il Ghana, autosufficiente negli anni ’70, il loro maggiore esportatore. Ma come accade che uno Stato autosufficiente, nell’arco di qualche anno, si trova a dipendere totalmente da un’altra nazione?

I motivi sono molteplici. Innanzitutto la produzione su larga scala basata sulla rivoluzione meccanica e sulla rivoluzione verde (nata dall’utilizzo di vegetali geneticamente selezionati e di massicce dosi di fertilizzanti ed altri prodotti agrochimici), una tecnica quest’ultima che se in un primo momento garantisce un incremento della produzione agricola, sul medio e lungo periodo risulta devastante sia per quanto riguarda la produzione stessa (la terra si impoverisce) sia per quanto riguarda l’impatto ambinetale, che risulta catastrofico. Oltre alla produzione su larga scala sul banco degli imputati salgono: i sussidi statali alle società occidentali, i brevetti sulle sementi e le politiche del WTO e della Banca Mondiale, che dagli anni ’80 hanno obbligato le nazioni povere  a togliere i dazi doganali e ad esportare le merci necessarie al mercato occidentale, se volevano iniziare a ridurre il loro debito, a ciò vanno aggiunti gli effetti sull’Occidente della pubblicità. Per fare un esempio, la Parmalat degli anni ’90, supportata dai sussidi statali, riuscì ad importare sotto costo latte asiatico in Brasile, sbaragliando la concorrenza locale (una vacca europea riceve 2,5 $ al giorno, una giapponese 7$ al giorno, quando 1mld e 20mln di persone vivono con meno di 2$ al giorno). Raggiunto il monopolio in Brasile la Parmalat potette alzare i prezzi, recuperando così anche quello che non aveva guadagnato nel primo periodo d’investimento. Oppure la Monsanto, uno dei maggiori colossi nella produzione agricola, che nel 1998 brevettò le sue sementi sterili e il CEGP, semi sterili, incapaci di riprodursi quindi, che obbligano gli agricoltori a comprare le sementi ogni anno.

Questi sono solo alcuni degli esempi di come l’economia dell’Occidente interviene sulle economie emergenti e sottosviluppate del sud del mondo. Iniziare a pensare ad un altro modo di produrre e di consumare non è un fatto snobistico, ma è una questione connaturata al futuro del mondo e quindi dell’uomo. Parlare di Sovranità alimentare significa privilegiare le economie e i mercati locali e nazionali, un atteggiamento che ha dirette ripercussioni in ambito economico, sociale ed ambientale. Un’alternativa al modello attuale di sviluppo è auspicabile tanto per le popolazioni del sud del mondo quanto per i nostri piccoli e medi produttori, anch’essi progressivamente entrati nel tritacarne di questa globalizzazione.

Politiche come quelle del consumo critico e del km0 sono le uniche armi in mano ai consumatori per fronteggiare lo strapotere delle multinazionali e per fare concretamente qualcosa. Dobbiamo privilegiare i prodotti a km0, biologici e di stagione, ridurre il consumo di carne, che oltre ad essere dannoso per l’uomo, visto l’abuso che ne fa l’occidente, sarebbe un atteggiamento eco-sostenibile (basti pensare al solo consumo di acqua che serve per produrre 10 gr di proteine. Sono 70 i lt d’acqua se le produciamo dai vegetali, 170 se le produciamo da un allevamento di polli e 4500 se le produciamo dai bovini). Occorre, quindi, comprare prodotti coloniali (zucchero, caffè, the e cacao) nelle botteghe dell’equo, iscriversi ad un Gruppo di acquisto solidale, GAS, diffusi su tutto il territorio nazionale e boicottare i prodotti delle Multinazionali e ciò, va ribadito, oltre ad avere delle ricadute positive sull’economia globale, le ha anche sulla salute pubblica.

Ci fa piacere segnalare la campagna natalizia di ManiTese che insieme ad altre Ong si batte su queste tematiche facendo sensibilizzazione in Italia e finanziando progetti atti a sostenere i piccoli produttori locali nel Sud del Mondo, quest’anno l’intero ricavato della raccolta fondi fatta in collaborazione con Le Feltrinelli di tutta Italia servirà a finanziare allevatori e agricoltori africani.

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...