E’ MORTO IL COMANDANTE DIAVOLO. UN MITO D’ALTRI TEMPI CHE PAR USCITO DA UN ROMANZO


Lo scorso 16 giugno è morto a 100 anni Amedeo Guillet, cavallerizzo, acquaiolo, portuale, ma anche soldato, volontario in Spagna al fianco del generale Franco, diplomatico italiano ed agente segreto. Di lui Indro Montanelli scrisse: “Se, invece dell’Italia, Guillet avesse avuto alle spalle l’impero inglese, sarebbe diventato un secondo Lawrence”.

Il mito di Guillet nasce in Africa, con l’esperienza colonialista dell’Italia. Nel 1935 varca il confine tra Eritrea ed Etiopia al comando di un contingente di 200 mercenari a cavallo di origine libica, i Spahis. L’esperienza imperialista italiana in Africa, come tutti sanno, non fu proprio una passeggiata, soprattutto a causa delle bande di ribelli che davano filo da torcere alle truppe fasciste. L’imperativo in quegli anni era uno: “catturare tutti i ribelli e passarli per le armi”. Ma Guillet non accettò mai quell’imposizione e decise di dare a quelle genti una seconda possibilità ed una volta catturati li invitava ad unirsi a lui, dicendogli però: “Il primo che mi tradisce lo uccido”. Quei banditi, quei soldati, quei mercenari, in una parola gli etiopi, gli rimasero per sempre fedeli. E così nacque il Gruppo Bande Amhara, un’intera cavalleria di indigeni.

Amedeo Guillet fu eroe a cavallo di due mondi, di due culture. Egli che mai dimenticò le sue origini per tutta la vita cercò di favorire il dialogo tra quei due mondi, forse non è un caso che nella sua ultima dimora egli custodì gelosamente una spina di Cristo così come l’ultimo discendente del cavallo di Maometto. Si appassionò ben presto a quella cultura che imparò a conoscere ed apprezzare in ogni sua forma. Estimatore della lingua araba che lui stesso definì “bellissima e carica di filosofia”, non poté rimanere indifferente alla fierezza ed all’orgoglio di quegli uomini e di quelle donne, che tanto ruolo ebbero nella sua vita.

Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale le truppe italiane si dissolvono nello scontro col reale esercito inglese, ciò decreterà l’inizio della sua personalissima guerra nei confronti degli inglesi, anche contravvenendo al diritto di guerra internazionale che obbliga chiunque a deporre le armi dopo la resa. Una guerra rimasta leggendaria, che lascerà ammirate sia le popolazioni delle ex colonie italiane sia gli inglesi. Leggendario rimase l’assalto vittorioso della sua cavalleria contro un convoglio di carri armati e mezzi blindati britannici. Nasce il mito del Comandante diavolo, che qualcuno iniziò a crederlo immortale.

Nell’aprile del ’41 le sorti dell’esercito italiano sono segnate e Guillet che non ci sta ad arrendersi prende una decisione: “Bisogna combattere il più possibile, più si combatte più questi inglesi rimangono qui in Eritrea e non vanno a combattere contro i nostri in Libia, bisogna combattere fino all’ultimo uomo!” Indossa il turbante e il tipico abbigliamento del luogo, i tratti mediterranei e la perfetta conoscenza della lingua e della cultura araba lo aiutano a diventare un fantasma, nasce Ahmed Abdallah al Redai. Guillet diviene così un uomo braccato dai servizi segreti britannici, i quali però non riuscirono mai a prenderlo, perché i suoi uomini e i suoi indigeni non  lo tradirono mai.

Un aneddoto basta a far capire l’amore che lo circondava. Trovato rifugio in una casa ben presto questa fu circondata dagli inglesi, egli scavalca una finestra e si allontana per una collina, i militari gli intimano di fermarsi e gli sparano alle spalle, non lo colpiscono e lui non si ferma, non corre ma va avanti. A salvargli la vita a quel punto sarà un operaio, che spiega agli inglesi: “quello è solo un povero operaio sordo e tonto va solo a pregare”.

Guillet è ormai un uomo stremato, devastato dalle ferite di guerra e sfiancato dalle febbri malariche, non può più continuare la sua guerra. Sono i suoi stessi uomini, infatti, a costringerlo a riparare in un altro stato per curarsi e rimettersi in sesto. Si decide per lo Yemen.

Accompagnato da un suo soldato arrivò sulla costa senza il becco di un quattrino. Qui iniziò a lavorare come acquaiolo e poi come facchino (la qual cosa gli tornerà utile in seguito). Raggiunta la somma necessaria i due si imbarcarono con dei contrabbandieri, che una volta a largo, però, li buttarono in mare. Guadagnata la costa a nuoto questi si incamminarono finché incontrano dei pastori nomadi che li picchiarono lasciandoli moribondi nel bel mezzo del deserto. La morte pareva oramai prossima, quando li raggiunge un mercante yemenita, Al Sayed Ibrahim, che li accoglie nella propria casa, salvandoli.

Ibrahim offre sua figlia in moglie a Guillet, che per un attimo è tentato di cambiar vita, di lasciar perdere tutto e rimanere lì, ma lui è un eroe e il suo destino è un altro. Decide perciò di partire per l’Italia.

Giunto al porto però viene arrestato dalle guardie yemenite, che lo credono una spia inglese. Gli inglesi immediatamente ne chiedono l’estradizione, ma la loro tempestività insospettisce il sovrano dello Yemen che lo invita a corte facendosi raccontare la sua storia, ne rimane affascinato. Lo prende sotto la sua ala protettrice, lo fa curare, gli dà uno stipendio da colonnello e lo invita a rimanere per sempre. Ma Guillet ha nel cuore l’Italia.

Nel 1942 gli inglesi mettono a disposizione degli italiani una nave della croce rossa, quella è l’opportunità che aspettava. Rischia ancora una volta, si finge pazzo e grazie all’aiuto dei suoi amici portuali riesce ad ingannare i controlli inglesi e si intrufola nella nave. Arriva in Italia.

Giunto in Patria la prima cosa che fa è andare dalla sua promessa sposa Beatrice, conosciuta nel 1936 durante una sua convalescenza a casa degli zii a Napoli. Non appena la vide non poté non raccontargli di Kadija, la bella eritrea conosciuta nel 1939, figlia del capo villaggio dal quale il Viceré d’Eritrea, Amedeo d’Aosta, lo aveva spedito per recuperare alcuni capi di bestiame rubati. Tra Kadija, appena sedicenne, e il tenete italiano nacque una bellissima storia d’amore. Sentito il racconto Beatrice scoppiò in lacrime ed esclamò: “Che brava ragazza, chissà se io sarei stata capace di fare lo stesso…”. Nel ’45 Guillet, che è ormai un agente dei servizi della neo Repubblica italiana, dovette ritornare per certi affari in Eritrea. Uno di questi gli era stato commissionato proprio da sua moglie, Beatrice, doveva consegnare a Kadija un suo braccialetto con un solitario per renderle omaggio.

Nel 2000 Guillet torna un’ultima volta in Africa, voleva salutare i suoi amici e rivedere Al Sayed Ibrahim, il mercante yemenita che gli salvò la vita nel 1941. Il vecchio mercante non lo riconobbe, ma lo accoglie cordialmente e si scusa per il fatto di non potergli offrire dell’acqua, il muro del pozzo era crollato. I due iniziano a parlare ed Ibrahim ad un certo punto gli raccontò la storia di quando aveva salvato la vita di due moribondi nel deserto, sicuramente inviatigli da Allah. Guillet non volle svelargli la sua identità, quindi gli disse che i suoi yemeniti prima o poi ritorneranno a fargli visita magari per riparargli il pozzo. Prima di andare via paga alcuni operai per far riparare il pozzo quella stessa notte così da dare ad Al Sayed un’altra straordinaria novella da raccontare ai pellegrini del deserto.

Amedeo Guillet trascorse i suoi ultimi anni in Irlanda circondato dai suoi amati cavalli e dall’amore dei suoi vecchi persecutori come Max Harari e Vittorio Dan Segre, che in seguito divenne il suo biografo.

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3 Pensieri su &Idquo;E’ MORTO IL COMANDANTE DIAVOLO. UN MITO D’ALTRI TEMPI CHE PAR USCITO DA UN ROMANZO

  1. La vita e le azioni di quest’uomo sarebbero degne di essere insegnate a scuola per far conoscere alle generazioni future cosa vuol dire senso dell’onore, rispetto, abnegazione e soprattutto amor di patria.
    ONORE AL “CUMMANDAR AS SCHAITAN”

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