LA VIOLENZA PARENTALE


Lina Guenna Borgo (1 giugno 1869 – 11 gennaio 1932) è stata una pedagogista italiana. La Borgo seguì un metodo pedagogico, rivolto a bambini in età prescolare, incentrato su concetti ispirati al culto della libertà cosciente, della tolleranza e del ripudio della violenza.

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Nel 1999 il Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia condusse uno studio sull’esposizione ai conflitti familiari affermando che: “Per violenza assistita intrafamiliare si intendono gli atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica compiuti su figure di riferimento o su altre figure – adulte o minori – affettivamente significative di cui il bambino può fare esperienza direttamente (quando la violenza avviene nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il bambino è a conoscenza della violenza) e/o percependone gli effetti”.

L’importanza e la pericolosità per il bambino di una esposizione continuata alla violenza intrafamiliare, anche se è un fatto riconosciuto, troppe volte viene ignorata e/o sottovalutata. L’esposizione alla violenza, invece, è una situazione traumatica che può produrre effetti rilevanti sullo sviluppo della persona, non di rado infatti è la causa dell’emergenza di forme  depressive o addirittura psicopatologiche.

Il bambino, infatti, partecipa direttamente e molto precocemente al contesto relazionale riuscendo sin da subito ad elaborare, a seconda delle proprie competenze percettive e cognitive, l’esperienza vissuta mettendo in atto meccanismi difensivi ed esplicativi. E’ in base a tale cornice di riferimento che bisogna affrontare la questione dell’esposizione del bambino alla violenza tra adulti: essa riguarda i genitori, ma si inserisce in una relazione triangolare di cui il bambino è parte integrante delle azioni violente, la qual cosa lo obbliga ad elaborare e spiegarsi le eventuali conseguenze che la violenza può produrre su di sé, sulla vittima, sul perpetratore e sulla famiglia nel suo insieme.

La violenza in genere ed ancor più quella intrafamiliare si manifesta in mille modi e non tutti immediatamente espliciti.  “Il contesto famigliare è il luogo privilegiato di espressione della disparità di potere nella relazione tra coniugi: perché inevitabilmente il duplice ruolo che la donna in questo contesto è chiamata a ricoprire la rende soggetta ad una serie di ‘aspettative’. Gli scienziati sono concordi nell’affermare che l’uomo in seno alla famiglia si scatena proprio nel momento in cui la donna sceglie di abbandonare il ruolo impostole dalla società e cerca di esprimere le proprie qualità anche come cittadina e donna, dunque come soggetto, prima ancora che come oggetto di ‘funzioni’ legate al suo ruolo” (Associazione Nazionale Giuristi Democratici).

Oltre alle forme di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, una delle forme di abuso su cui la comunità scientifica sta prestando sempre più attenzione è la Sindrome di alienazione parentale. In queste relazioni conflittuali accade di frequente che un genitore presenti l’altro come una persona inadeguata, pericolosa e malata, una valutazione ostentata magari davanti al/alla bambino/a, costringendolo/a in tal modo a scegliere ed a schierarsi. Il genitore che adopera queste strategie non si rende conto né comprende la portata del suo atto. L’esperienza clinica ha mostrato come la svalutazione del genitore porti allo sviluppo di numerose psicopatologie infantili e nei casi più gravi a vere e proprie strutturazioni psicotiche.

Sarebbe auspicabile, ma occorrerebbe una certa maturità che non tutti possiedono, mantenere  la relazione entro un quadro di civiltà dato che i genitori hanno per sempre in comune il destino dei loro figli. La mediazione è un lavoro che parte dagli interessi e dai bisogni delle persone e non dalle posizioni o dagli schieramenti. Se si rimane nella logica delle posizioni contrapposte infatti si è ancora nella logica del vincente e del perdente ed a perdere sono sempre i figli.

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