Congo. Wartoy: storie da una guerra invisibile


L’associazione Wartoy, nata dall’idea di Emiliano Tidona, Giovanni Salvaggio, Francesca Giglio e Alessandro Callari, è conseguenza di quel primo viaggio fatto, nel 2008 in Congo, al seguito dell’allora vescovo di Noto Mariano Crociata, oggi segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana. Un’esperienza che convinse i ragazzi di Wartoy della necessità di ritornare una seconda volta in quella terra martoriata da vent’anni di guerra, ma questa volta da soli, liberi da condizionamenti esterni e dall’ingombrante mediazione di un corteo tanto prestigioso.

Sul sito web dell’associazione si legge: “Non è facile dire cosa sia Wartoy, e forse non è nemmeno necessario. E’ più di una associazione che produce immagini, foto e video; è più di un progetto che promuove il rispetto dei diritti umani; è più di una fabbrica creativa dal nome controverso. Wartoy è un’idea, ma in realtà è molto più di questo”. Questo in sintesi il loro progetto, che ha visto la luce con il loro secondo viaggio in Congo, fatto lo scorso marzo.

Noi abbiamo provato a farci raccontare quale è stata la loro esperienza.

In questo secondo viaggio Wartoy ha avuto un mediatore d’eccezione, padre Giovanni Piumatti. Missionario da 30 anni in Congo e vera e propria autorità in loco, tenuta in altissima considerazione sia dalle forze governative che dai ribelli Mayimayi, a tal punto che la firma di una tregua tra le forze regolari e ribelli fu firmata proprio a Muhanga, villaggio fondato nel 1994 dal missionario. “Don Piumatti è stato fondamentale – ci ha detto Giovanni Salvaggio dell’Associazione – siamo subito entrati in sintonia con lui, e grazie a lui con la gente del posto. Con la sua schiettezza, scevra da filtri e buonismi vari, ci ha dato la possibilità, gli strumenti, per iniziare a capire”.

La prima cosa che i ragazzi dell’associazione Wartoy hanno dovuto fare non appena sono giunti a Muhanga, nel nord del Kivu, è stata quella di dimenticare ed accantonare la maggior parte delle proprie convinzioni. Forse è stata proprio questa la sfida più difficile che hanno dovuto affrontare, “credevamo di trovare delle risposte, magari di aver pure delle soluzioni – ci ha detto Francesca Giglio dell’Associazione – ma una volta lì ti rendi conto di quanto è complessa quella realtà e di quanto sei impreparato”. Chi non conosce queste realtà è solito pensare di poter esser d’aiuto, magari col proprio denaro o con le proprie conoscenze, molto spesso invece la verità è il perfetto contrario o quanto meno non è così lineare come la si può immaginare. Lo stesso missionario Piumatti, ci ricorda Alessandro Callari, presidente dell’Associazione, ripete sempre a chi lo va a trovare “dobbiamo smettere di chiederci cosa possiamo fare”, bisogna porsi dinnanzi a queste situazioni con infinita umiltà e provare a comprenderle. I tanti interventi fatte dalle varie o.n.g. o i finanziamenti a pioggia provenienti dall’estero più che migliorare la situazione, la peggiorano, creando invidie ed acuendo tensioni mai del tutto sopite, anche tra i civili. L’unica cosa che noi ricchi occidentali possiamo fare è dar voce a queste persone e raccontare ciò che sta accadendo. E così, sfogliando il blog del missionario ci imbattiamo in una frase emblematica, che vale molto più di tante parole “Voi siete l’altra testata del ponte, la nostra voce in Italia”. Perché i genocidi e le atrocità della guerra nascono dal silenzio e dall’indifferenza.

Per saperne di più clicca qui WARTOY

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