Ci si può sbronzare d’acqua? A Ragusa qualcuno lo fa. Privatizzazione dell’acqua, società in house e forum dell’acqua pubblica


Lo scorso 22 marzo è stata celebrata la “Giornata mondiale dell’acqua”. I dati diffusi dall’Onu sono sconcertanti a dir poco apocalittici. I cambiamenti climatici, l’inquinamento, gli sprechi e non ultimo gli interessi privati incidono pesantemente sull’accesso all’acqua potabile.

Secondo l’Onu ogni anno 8 milioni di persone muoiono a causa della siccità. Mentre sono 3.900 i bambini che ogni giorno muoiono per mancanza d’acqua. La carenza d’acqua fa, quindi, più morti delle guerre.

L’acqua è una risorsa, per qualcuno un diritto, per altri solo un bisogno fondamentale dell’uomo. La differenza è sottile ma sostanziale. Tanti infatti erano gli Stati che, al World Water Forum dell’anno scorso, premevano affinché si siglasse un documento dove si affermava che l’acqua è un diritto di tutti, ma l’accordo definitivo fu ben diverso, infatti si affermò che “l’accesso all’acqua è un bisogno fondamentale umano”, una formula questa che libera da lacci e lacciuoli Stati e soggetti privati.

Il problema dell’acqua naturalmente va contestualizzato. Tre esempi emblematici. Secondo l’Organizzazione Mondiale della sanità occorrono 50 litri d’acqua al giorno per ogni essere umano, limite al di sotto del quale le condizioni di vita non sono definibili accettabili (un africano ha a sua disposizione soli 20 litri d’acqua al giorno). Feroce ed impari è la battaglia per l’oro blu in Palestina, basta guardare la “sinuosità” del muro israeliano. In Occidente lo spreco, invece, è condizione dell’opulenza.

Che facciamo allora noi occidentali per ridurre gli sprechi? Privatizziamo l’acqua o meglio privatizziamo la gestione dell’acque. Un esperimento fallimentare già proposto nel lontano 1984 da quella nobil donna della Thatcher. Quello fu un fallimento totale da tutti i punti di vista. Le tariffe aumentarono vertiginosamente mentre la qualità del servizio divenne sempre più scadente. Ma in 26 anni le cose saranno cambiate? No. E a dirlo non sono solo questi “invasati” del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, ma sono i comuni in Italia che già hanno privatizzato il servizio ed è la stessa Corte dei Conti che, il 26 febbraio scorso, ha dichiarato che l’aumento della capacità di generare profitti delle utilities privatizzate “è in larga parte dovuto più che a recuperi di efficienza sul lato dei costi all’aumento delle tariffe”. E così mentre tutto ciò accade praticamente nella nostra beata provincia c’è chi ancora crede alle favole e a quella meravigliosa rivoluzione prospettataci nel 2006, una privatizzazione, quella dell’acqua, che avrebbe abbassato i costi, migliorato il servizio e reso naturalmente tutti più felici e magari qualcuno più ricco. Allora si parlò di un accordo per la nascita di una società mista tra pubblico e privato. Ove il privato si sarebbe impegnato nei prossimi vent’anni ad investire 300 milioni di euro nella nostra rete idrica e a bloccare il prezzo dell’acqua a metro cubo alla cifra di un euro nello stesso periodo di riferimento. Un accordo inverosimile Che la parte, vincitrice della gara d’appalto di sicuro non sarebbe riuscita a rispettare vista la galoppante inflazione, lo stato fatiscente del nostro impianto idrico e l’ovvia vocazione di tutte le società private di fare profitto.

Quella gara d’appalto fu vinta da l’Acoset di Catania. Fortunatamente, però, insieme ai vari tuttologi c’è qualcuno che lavorava e sta lavorando in senso contrario. La Conferenza dei Sindaci e la Provincia Regionale di Ragusa annullarono la suddetta gara aprendo un contenzioso giudiziario ancora in essere, che però già ha visto per ben due volte il TAR di Catania rigettare l’istanza cautelare dell’Acoset. Quel bando fu annullato non per motivi elettoralistici, come qualche mio collega ci vuol far credere, ma direi per giusta causa. Nel frattempo la Provincia di Ragusa in sinergia con la Conferenza dei Sindaci si sta prodigando per la nascita di una società in house, ovvero l’affidamento in house è quell’istituto mediante il quale un appalto viene aggiudicato all’interno dell’amministrazione, nel senso che la P.A. aggiudicatrice affida l’esecuzione di un’attività ad un soggetto che, pur essendone ontologicamente distinto è sostanzialmente interno ad essa costituendone una continuazione. Si attende la costituzione definitiva della suddetta società ed il parere dell’Agcom e poi potremo mettere definitivamente la parola fine ad una questione nata nel lontano 2006.

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