DUE CHIACCHIERE CON DANILO TORNELLO


Non mi considero un artista, né un fotografo, ma voglio solo lanciare il messaggio del ”CREA con ciò che hai”, ovvero, non c’è bisogno di avere chissà quali doti, o capacità creative…..o nemmeno chissà quale tipo di strumenti costosi……ognuno può darsi da fare e creare qualcosa di carino con quello che ha a disposizione al momento!

Certo, di pazienza ce ne vuole lo stesso…..di sicuro per quanto mi riguarda non è poi tanto facile stare sotto il sole, accovacciati per terra accanto ad un fiore o ad un geco morto cercando di restare fermi il più possibile, di non beccare nessun tipo di ombra, e più che altro,

beccare lo scatto giusto, in cui niente risulti mosso!!

Ma nonostante tutto, è il risultato finale ciò che conta, e non i mezzi che hai impiegato.

I soggetti delle foto sono spesso fiori, ma anche oggetti vari, tipo le spugnette e retine da cucina…..ma vado spesso ”a caccia” di animaletti morti dai colori particolari…..!!Non manca ovviamente qualcosa di puramente Ibleo, come le macro con lo sfondo del duomo di San Giorgio!! Adesso attendo le belle giornate di sole per le nuove macro 2010, che cercherò di fare con molta più pazienza e passione a differenza dei primi ”lavori”!!

http://macropath.deviantart.com/

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COMISO. CONDANNATO IL SINDACO GIUSEPPE ALFANO


sindaco di comiso, Giuseppe Alfano

Giustizia è stata fatta o quasi. Il Tribunale di Ragusa, nella persona del Giudice Claudia A. M. Catalano, ha condannato lo scorso 9 marzo il Comune di Comiso a reintegrare tre suoi dirigenti (Dibennardo Anna, Iacono Giovanna, Siracusa Emanuela), che nel 2008 furono trasferiti e declassati, senza alcun valido motivo, se non quello, si legge nella sentenza, di creare un vuoto d’organico atto a giustificare il trasferimento e la promozione di tre fortunati (n.d.r) dipendenti comunali.

Giuseppe Alfano allora appena insediatosi (fu infatti nominato il 17 giugno del 2008) non perse tempo e si mise subito al lavoro, firmando, il 6 agosto di quello stesso anno, l’ordinanza che predisponeva il trasferimento dei suddetti dirigenti.

Le cinque sentenze con le quali il Comune è stato condannato riguardano in sintesi il meccanismo dello spoil system ovvero la sostituzione delle figure dirigenziali in occasione del cambio di governo. Questo strumento assolutamente legittimo in ambito privato suscita forti perplessità in ambito pubblico, dove, in base ai casi, si possono rintracciare pure profili di incostituzionalità. Nella Pubblica Amministrazione gli incarichi andrebbero correlati sempre ai risultati raggiunti dalla dirigenza in nome della meritocrazia e per una maggior tutela dell’interesse pubblico. Quando questo non avviene e gli avvicendamenti seguono logiche meramente politico/amicali va da sé che l’intero sistema viene minato nelle sue fondamenta.

Per questi motivi l’atto del sindaco di Comiso, Giuseppe Alfano, è stato giudicato contra legem, perché funzionale a far conseguire posizioni dirigenziali a dipendenti che non possedevano i titoli e ciò a discapito dei tre dirigenti Siracusa, Iacono e Dibennardo che furono, invece, declassati.

Il Giudice Catalano alla luce dei fatti appena esposti non solo ordina il reintegro dei tre dirigenti sopracitati, ma condanna il Comune a risarcirli del danno subito in misura pari alla retribuzione che avrebbero percepito se avessero mantenuto la loro posizione lavorativa. Inoltre, il Comune dovrà farsi carico delle spese processuali riguardanti le cinque sentenze ognuna liquidata complessivamente in 3.640,00 euro, alle quali ancora andranno aggiunte il calcolo dell’I.V.A. e della Cassa di Previdenza Forense. Giustizia è stata fatta o quasi.

Quasi perché a pagare dovrebbe essere il sindaco Alfano e non i cittadini di Comiso.

SCICLI UNA VERGOGNA A CIELO APERTO.




Le discariche abusive non mancano, lo si sa e Scicli ne vanterebbe addirittura due, l’una a poche decine di metri di distanza dall’altra, peccato che per soli 500 metri queste sono in territorio extracomunale. Siamo sulla Strada Provinciale 54 a due passi dall’ingresso del Comune Ibleo.

Forse non tutti lo sanno ma la S.P. 54 altro non è che la vecchia via di collegamento tra Modica e Scicli, una viuzza impervia larga appena per far passare contemporaneamente due auto. Questa vecchia trazzera asfaltata si inerpica tra i dolci declivi di quelle terre, mentre accarezza ora questo ora quel costone, facendosi largo tra masserie, carrubeti e uliveti. In questa stagione, poi, il paesaggio è uno spettacolo di colori ed odori, un vero incanto.

Peccato per quelle discariche. Due vere e proprie aree ecologiche dove ognuno può lasciare la propria mondezza. Se qualcosa non la vuoi più, vai là e la lasci insieme a montagne di copertoni, frigoriferi, divani, paraurti d’auto, recipienti d’eternit e ancora bidoni, materassi, televisori, mobili, plastiche di ogni tipo e colore, materiali edili di scarto e sanitari, ci è dispiaciuto non poter trovare un’auto o una moto abbandonate, ma siamo certi che lacuna ben presto verrà colmata.

superata la curva, dopo circa 100 metri ecco una nuova sorpresa:

Ci si può sbronzare d’acqua? A Ragusa qualcuno lo fa. Privatizzazione dell’acqua, società in house e forum dell’acqua pubblica


Lo scorso 22 marzo è stata celebrata la “Giornata mondiale dell’acqua”. I dati diffusi dall’Onu sono sconcertanti a dir poco apocalittici. I cambiamenti climatici, l’inquinamento, gli sprechi e non ultimo gli interessi privati incidono pesantemente sull’accesso all’acqua potabile.

Secondo l’Onu ogni anno 8 milioni di persone muoiono a causa della siccità. Mentre sono 3.900 i bambini che ogni giorno muoiono per mancanza d’acqua. La carenza d’acqua fa, quindi, più morti delle guerre.

L’acqua è una risorsa, per qualcuno un diritto, per altri solo un bisogno fondamentale dell’uomo. La differenza è sottile ma sostanziale. Tanti infatti erano gli Stati che, al World Water Forum dell’anno scorso, premevano affinché si siglasse un documento dove si affermava che l’acqua è un diritto di tutti, ma l’accordo definitivo fu ben diverso, infatti si affermò che “l’accesso all’acqua è un bisogno fondamentale umano”, una formula questa che libera da lacci e lacciuoli Stati e soggetti privati.

Il problema dell’acqua naturalmente va contestualizzato. Tre esempi emblematici. Secondo l’Organizzazione Mondiale della sanità occorrono 50 litri d’acqua al giorno per ogni essere umano, limite al di sotto del quale le condizioni di vita non sono definibili accettabili (un africano ha a sua disposizione soli 20 litri d’acqua al giorno). Feroce ed impari è la battaglia per l’oro blu in Palestina, basta guardare la “sinuosità” del muro israeliano. In Occidente lo spreco, invece, è condizione dell’opulenza.

Che facciamo allora noi occidentali per ridurre gli sprechi? Privatizziamo l’acqua o meglio privatizziamo la gestione dell’acque. Un esperimento fallimentare già proposto nel lontano 1984 da quella nobil donna della Thatcher. Quello fu un fallimento totale da tutti i punti di vista. Le tariffe aumentarono vertiginosamente mentre la qualità del servizio divenne sempre più scadente. Ma in 26 anni le cose saranno cambiate? No. E a dirlo non sono solo questi “invasati” del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, ma sono i comuni in Italia che già hanno privatizzato il servizio ed è la stessa Corte dei Conti che, il 26 febbraio scorso, ha dichiarato che l’aumento della capacità di generare profitti delle utilities privatizzate “è in larga parte dovuto più che a recuperi di efficienza sul lato dei costi all’aumento delle tariffe”. E così mentre tutto ciò accade praticamente nella nostra beata provincia c’è chi ancora crede alle favole e a quella meravigliosa rivoluzione prospettataci nel 2006, una privatizzazione, quella dell’acqua, che avrebbe abbassato i costi, migliorato il servizio e reso naturalmente tutti più felici e magari qualcuno più ricco. Allora si parlò di un accordo per la nascita di una società mista tra pubblico e privato. Ove il privato si sarebbe impegnato nei prossimi vent’anni ad investire 300 milioni di euro nella nostra rete idrica e a bloccare il prezzo dell’acqua a metro cubo alla cifra di un euro nello stesso periodo di riferimento. Un accordo inverosimile Che la parte, vincitrice della gara d’appalto di sicuro non sarebbe riuscita a rispettare vista la galoppante inflazione, lo stato fatiscente del nostro impianto idrico e l’ovvia vocazione di tutte le società private di fare profitto.

Quella gara d’appalto fu vinta da l’Acoset di Catania. Fortunatamente, però, insieme ai vari tuttologi c’è qualcuno che lavorava e sta lavorando in senso contrario. La Conferenza dei Sindaci e la Provincia Regionale di Ragusa annullarono la suddetta gara aprendo un contenzioso giudiziario ancora in essere, che però già ha visto per ben due volte il TAR di Catania rigettare l’istanza cautelare dell’Acoset. Quel bando fu annullato non per motivi elettoralistici, come qualche mio collega ci vuol far credere, ma direi per giusta causa. Nel frattempo la Provincia di Ragusa in sinergia con la Conferenza dei Sindaci si sta prodigando per la nascita di una società in house, ovvero l’affidamento in house è quell’istituto mediante il quale un appalto viene aggiudicato all’interno dell’amministrazione, nel senso che la P.A. aggiudicatrice affida l’esecuzione di un’attività ad un soggetto che, pur essendone ontologicamente distinto è sostanzialmente interno ad essa costituendone una continuazione. Si attende la costituzione definitiva della suddetta società ed il parere dell’Agcom e poi potremo mettere definitivamente la parola fine ad una questione nata nel lontano 2006.

DAVIDE DISSE A SAUL: NESSUNO SI PERDA D’ANIMO A CAUSA DI COSTUI. IL TUO SERVO ANDRÀ A COMBATTERE CON QUESTO FILISTEO


Periodicamente i nostri media si occupano della situazione mediorientale raccontandoci una guerra che dura ormai da più di sessant’anni. Una guerra fatta di umiliazioni, falsità e naturalmente morti, tanti morti.

I nostri politici e i nostri media ci hanno abituato a considerare Israele come una vittima della ferocia e dell’arroganza araba e palestinese. Un popolo, quello israeliano, tenuto sotto scacco dal leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad e dallo sciovinismo e dal radicalismo di Fatah e di Hamas, tutto sempre sotto l’ombrello ambiguo dei paesi arabi moderati, come la Giordania, la Siria ed il Libano. Ma a guardare le cose con più attenzione le due facce di questa medaglia, il bianco e il nero di questa realtà, si mescolano confondendosi in un unico magma quanto meno irritante.

Il nostro pensiero piccolo borghese non fa altro che alimentare quel sentimento puerile fatto di commiserazione, verso uno Stato ricco e potente, e di ineluttabile condanna, nei confronti di un popolo vessato, ignorato e massacrato dalla potenza economico-militare di una delle nazioni più forti al mondo.

E’ di queste ultime settimane l’ennesimo annuncio del governo israeliano di voler costruire altri 1600 nuovi alloggi in Gerusalemme, città che il popolo di David continua a considerare come la sua Capitale, nonostante l’ONU ne ha sempre definito il suo status giuridico come internazionale e cioè al di fuori ed al di là delle pretese avanzate da Israele e dal popolo palestinese. La decisione di inizio marzo di Benyamin Netanyahu questa volta però è risultata come una sfida agli Stati Uniti di Obama, che inaspettatamente hanno bocciato la scelta israeliana pretendendo un dietro front dal governo di  Netanyahu, che per tutta risposta ha dichiarato: che non ci sarà alcun cambiamento nella politica di Israele su Gerusalemme, politica che non è mai cambiata negli ultimi 42 anni.

A nulla è servita la visita del vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, o l’esortazione del segretario di Stato Hillary Clinton, che aveva invitato Israele a compiere delle scelte difficili in nome della pace. Per tutta risposta il primo ministro israeliano, volato a  Washington per “chiarire” la posizione del suo governo, ha asserito: “non dobbiamo farci intrappolare da una richiesta illogica e irragionevole”, che tra l’altro proveniva proprio dal presidente Obama, ma non contento ha rincarato la dose e, Vecchio Testamento alla mano, dichiara: “Gerusalemme non è una colonia, è la capitale d’Israele … il popolo ebraico costruì Gerusalemme 3000 anni fa e continua a farlo ora”.

Bene se a questa ultima vicenda sommiamo, l’irrefrenabile politica espansionistica nei confronti dei territori palestinesi. La costruzione del muro, che oltre ad essere una barriera difensiva è lo strumento grazie al quale si impedisce il normale approvvigionamento di cibo e di farmaci, aggiungiamo l’utilizzo di armi non convenzionali, come: le cluster bombs, il fosforo bianco ed i metalli tossici (tungsteno, mercurio, molibdeno, cadmio e cobalto) utilizzati nei bombardamenti, munizioni la cui deflagrazione provoca nella popolazione leucemie, problemi di fertilità e gravi effetti sui nuovi nati, come malformazioni e patologie di origine genetica. Senza considerare infine le tante risoluzioni ONU contro Israele ed in favore dei diritti umani violati in Palestina dal ’48 ad oggi, la situazione mediorientale si arricchisce di nuove sfumature.

DIS-CARICA A BUTTINO


Qualcuno ne ha già parlato ma vorremmo anche noi fare la nostra parte nella divulgazione di una vicenda che al momento è ingiustamente stata relegata in secondo piano nella cronaca locale e che invece riguarda l’intera città di Ragusa e non solo.

C’era una volta, in una contrada chiamata Buttino, alle porte della città una cava. Il proprietario, il sig. Nuzzarello, voleva utilizzarla in qualche modo ma, cosa farci? Un bel giorno arrivò un signore/il sig. Chessari, titolare della Medi Costruzioni, con la soluzione: riempiamo la cava di pietre e ricreiamo l’antico altopiano che lì si trovava e poi ricostituiamo la flora autoctona. Era una bella pensata e i due decisero di andare al Comune per sapere se si poteva fare. Tutti credettero che fosse una magnifica idea, diedero le autorizzazioni dicendo che si poteva cominciare a lavorare al progetto. Chiamarono il posto “Centro di Recupero e Discarica Inerti”, cioè posto da riqualificare buttandoci dei materiali inattivi che comunque si devono togliere di mezzo. Il Comune preventivò qualche anno prima della completa attuazione del progetto, ma dopo questa prima fase nulla fu fatto in concreto.

Passò il tempo, per la verità più di quello che ci si aspettava, quando un giorno il proprietario del terreno si recò in Comune per accertarsi sullo stato dell’arte. Direte voi, il signor Chessari era riuscito a completare l’opera? No. Il proprietario scoprì che l’Asl, la Regione Sicilia e il Genio Civile erano di tutt’altro avviso, infatti avevano autorizzato il cambiamento di finalità d’uso della cava.  Nuzzarello così chiese aiuto e chiarimenti al Comune. E così rientra in scena il sig. Chessari forte dei suoi faldoni firmati e contro firmati: la cava sarebbe diventata una discarica di amianto.

L’amato/odiato materiale è la cosa che meglio resiste al fuoco, è un isolante e, siccome costa poco, fu usato nei più svariati campi: dai treni, alle coperture di edifici pubblici, ai recipienti per l’acqua ecc. ecc. Poi si scoprì che le polveri emesse dal suo disfacimento sono causa di gravissime ed incurabili malattie polmonari (asbetosi, carcinoma polmonare, mesotelioma, ecc.). Vabbè, gli sbagli si fanno, e lo Stato italiano decretò, non proprio prontamente, la sua messa al bando e la bonifica di tutte le strutture contenenti amianto (D.Lgs. 277/91 e successive modifiche). Come si rimuove? Ci sono tre modi per rimuoverlo e renderlo più o meno inoffensivo: la copertura (metodo temporaneo con cui viene incelofanato e interrato), l’incapsulamento (metodo temporaneo che prevede venga chiuso in box di cemento armato) e la rimozione (metodo definitivo con cui lo si cuoce a 700° per renderlo definitivamente inerte).

Il signore Chessari aveva proposto la seconda soluzione anche senza essere in possesso della concessione edilizia (ricordo che si tratta di un terreno agricolo) e dunque non fattibile a priori.

Il Comune inoltre notò che contrada Buttino oltre a essere densamente popolata è anche una zona molto ventosa, caratteristiche non conciliabili con le peculiarità dell’amianto e così non firmò l’autorizzazione. Questa vicenda, neanche a dirlo, preoccupa enormemente la popolazione della contrada, anche perché non esistono prove oggettive che la gabbia di cemento armato riesca a bloccare le particelle volatili dell’amianto. Inoltre, diversi abitanti hanno dichiarato di aver visto uno strano via vai di camion, che dovevano trasportare materiale di riporto nella cava, entravano pieni e uscivano di nuovo pieni (anche loro come voi si sono chiesti “di cosa?”), ma non solo, hanno anche documentato che alcuni di questi camion arrivavano in orari molto strani, la notte per esempio, e con una bella scorta. E si, gli inerti hanno bisogno di scorta.

Alla luce di ciò i cittadini di Buttino si unirono in un comitato spontaneo che, assieme al proprietario Nuzzarello, da circa un anno e mezzo, cerca di contrastare la nascita della discarica, che, diciamolo, sarebbe l’unica del Sud Italia.

Ad oggi la richiesta per lo smaltimento dell’amianto è altissima, va da sé che la realizzazione della discarica sarebbe immediatamente sommersa da richieste che renderebbero, a costi relativamente bassi con profitti molto alti. La realizzazione di un impianto operativo di rimozione e inertizzazione costa circa 10 milioni di euro, un budget molto alto ma che sarebbe comunque un buon investimento, non solo in quanto lo smaltimento costa circa la metà rispetto agli altri impianti ma anche perché con tutto l’amianto esistente in Italia si è calcolato che dieci di questi impianti potrebbero lavorare per ben 100 anni. Tuttavia la concorrenza delle discariche è molto forte prima di tutto perché per qualcuno sono una miniera d’oro, nonostante non risolvano il problema e nonostante siano più pericolose perché bisogna preventivamente macinare le lastre di amianto con il conseguente pericolo di dispersione di fibre. Inoltre, anche se non sembra provato che l’amianto ingerito sia pericoloso, una volta interrato non smette di esserlo e nelle discariche non sono previsti controlli di fibre sul percolato d’amianto. Quindi non è garantito che le fibre non raggiungano le falde acquifere anche in alte concentrazioni.

Se finora la discarica in contrada Buttino, a un passo anche dal nuovo ospedale di Ragusa, non è stata realizzata è stato solo per il parere contrario espresso dal Comune e per il solerte impegno del comitato cittadino ed è solo grazie a loro che per la prima volta, lo scorso 5 marzo, sono stati effettuati prelievi dei materiali contenuti nella “Discarica Inerti” finora mai svolti. Si aspettano ancora i risultati dei carotaggi ma in parecchi sostengono che già vi si trovi dell’amianto, e non solo … Staremo a vedere e, ribadendo la necessità di eliminare materiali pericolosi, sosteniamo e invitiamo a sostenere l’esigenza di interventi effettivi e duraturi piuttosto che momentanei, di interventi che facciano il bene comune e non del singolo, nel pieno della legalità e della trasparenza, in una parola di soluzioni.

 

LA TRILOGIA DI LARSSON: “IO SONO UN SADICO PORCO UN VERME E UNO STUPRATORE”


Qualcuno conoscerà “Millennium”, la trilogia, qualcun altro avrà visto, da poco, “Uomini che odiano le donne”, il film. Qualcun altro ancora non conosce né l’una né l’altro. Bene, questa trilogia, firmata da Stieg Larsson, scrittore e giornalista svedese scomparso prematuramente nel 2004, faceva parte di un progetto molto più ambizioso che comprendeva  la pubblicazione di dieci volumi sulla saga di Lisbeth Salander. Dei dieci solo tre hanno visto la luce, appunto “Uomini che odiano le donne”, “La ragazza che gioca con il fuoco” e “La regina dei castelli di carta”.

Ma prima di parlare di Millennium vanno spese un paio di parole su Stieg Larsson, perché solo così possiamo dare il giusto peso ad un’opera che solo a prima vista può sembrare semplicemente un thriller, scritto bene, naturalmente, ma un thriller buono da leggere sotto l’ombrellone se non fosse per le 2000 pagine.

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