Recensione allo spettacolo del 19 febbraio. NATI IN CASA


Ci sono degli spettacoli o meglio delle manifestazioni artistiche davanti alle quali non si può che rimanere sconvolti. Quando l’artista riesce grazie alla sua techne a sfiorarti nell’intimo, lui ha raggiunto il suo obiettivo e tu non puoi che impallidire dinnanzi alla potenza e alla bellezza dell’arte. Se non avete visto lo spettacolo potrete sicuramente pensare che ad esagerare ci vuol poco e vi do ragione, ma aggiungo solo che un intero teatro è rimasto seduto ed in silenzio dopo la fine dello spettacolo, in attesa del rientro di Giuliana Musso e non per l’applauso di rito, ma per sentirla parlare un’altra volta.

“Nati in Casa” è uno spettacolo del cosiddetto teatro civile o di denuncia o come lo definiscono gli stessi autori in-civile. Un racconto brillante ed al contempo drammatico e non solo perché ogni tanto la Musso alleggeriva il peso dei fatti con delle battute studiate ad hoc, per colpirti là e farti ridere, ma perché lo spettacolo è diviso in due momenti precisi. I primi dodici minuti sono divertenti ed esilaranti perché ci raccontano le paure della partoriente e del come questa viene fatta partorire in ospedale. I restanti 45 minuti, invece, sono dedicati al tempo e all’atmosfera di quando si nasceva in casa, perché il parto è una questioni di tempi e questi sono di esclusiva pertinenza della donna incinta.

Lo spettacolo è una critica feroce alla mercificazione del corpo nella società odierna. Detto in altri termini è la riproposizione del tradimento di quella promessa fattacci dalla tecnologia di un sicuro e progressivo miglioramento delle nostre esistenze.

Il tempo è denaro, lo sentiamo dire troppo spesso e la cosa è ancor più drammatica quando questo tempo riguarda la vita umana.

Raccontando di Elena, Maria, Palmira e Gilda, quattro levatrici vissute lo scorso secolo, la Musso ha ricordato che cosa è un parto, la sua naturalità ed il fatto che ogni parto è una storia a sé. Quattro donne del nord-est, ignoranti, magari burbere e segnata dalla vita, che però erano consce del ruolo fondamentale che ricoprivano in quella società, loro erano deputate ad aiutare le partorienti, a seguirle in uno dei momenti più delicati della vita di una donna. La lacerazione della donna durante il parto era considerato un errore ed un orrore da evitare. La donna può e deve partorire senza lacerazioni. Oggi quei tempi si sono ristretti, sono diventati artificiali ed indotti, una donna se arriva in ospedale è perché deve partorire, allora era la levatrice che andava dalla partoriente e l’attendeva. Oggi la priorità è l’ospedale con i suoi costi, i suoi turni e i suoi tempi, in una parola la sua razionalità, allora era la madre e il bambino che portava in grembo che dettavano legge.

Tutto ciò è spiegato dalla Musso con i suoi gesti, cadenzati e misurati o modulato la sua voce all’occorrenza, ora greve, ora alta, ora squillante. Quegli stessi tempi parevano via via disegnati dai suoi passi, che pian piano costruivano una rete intorno allo spettatore sino al punto, che questi era lì, nella stanza della partoriente e quasi poteva sentire il tepore dell’acqua in ebollizione o l’odore delle lenzuola fresche di bucato.

La poesia del lieto evento raccontata alla Musso da una certa Rosetta oggi ostetrica disincantata, ma che assistette e si innamorò di questo mestiere in una notte del 1969 quando Elena, la levatrice, la comare fece partorire sua sorella Rosina, oggi, in parte, la si è persa indaffarati come si è a comprare, registrare, annotare cose che nulla hanno a che vedere con il parto.

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