CRAXI E LA POLITICA ECONOMICA


Quando Craxi fu Presidente del Consiglio il debito pubblico crebbe enormemente, passando dai 235.520 milioni di euro del 1983 a i 460.418 milioni di euro del 1987, cioè in soli 5 anni il rapporto deficit/pil passò dal 70,3% all’88,6% (vedi tabella a lato). Vero è che dal 1965, anno in cui il debito pubblico ammontava al 35,02% del Pil, il debito pubblico crebbe progressivamente sino a raggiungere le cifre da capogiro che noi tutti ben conosciamo, ma altrettanto vero è che la crescita in quei cinque anni craxiani segnò un record ad oggi insuperato e forse insuperabile. In questa performance avrà inciso o no il malaffare di marca socialista? Se grazie a Craxi a Milano 1 km di metropolitana costò 192 miliardi contro i 45 miliardi della metro di Amburgo, possiamo dedurre che quelle come altre tangenti hanno contribuito ad incrementare il debito pubblico italiano? Ed ancora, è tanto assurdo usare ciò a detrimento dell’immagine del politico Craxi?

Ma abbandoniamo le tangenti e guardiamo il suo operato squisitamente politico.

Molti avranno sentito parlare della SME (Società Meridionale di Elettricità) e del processo ad essa collegata. La SME era un carrozzone statale impegnata nel settore agroalimentare e legata all’IRI. Nel 1985 il governo Craxi decise di privatizzarla ed il ministro allora competente incaricò Romano Prodi, presidente dell’IRI, di occuparsi della vicenda. Il 29 aprile 1985 venne stipulato con Carlo De Benedetti, in qualità di presidente della Buitoni, un accordo preliminare per la vendita del pacchetto azionario di maggioranza, per 497 miliardi di lire. Craxi che non era proprio un amico di De Benedetti chiese a Barilla, Ferrero e Fininvest (le prime due aziende avevano già rifiutato la proposta di Prodi) di intervenire nell’affare SME. Berlusconi dichiarerà in seguito al processo SME: “Craxi mi pregò in modo molto affettuoso, ma pressante, di mettermi in campo con la mia concretezza per bloccare un’operazione nata nel segreto, e inaccettabile”. Nel frattempo arrivarono altre offerte da altri gruppi imprenditoriali, ma il 15 giugno piombò sull’intera vicenda un decreto governativo che congelò tutto e la SME non venne più venduta. Senza raccontare l’intera vicenda giudiziaria possiamo dire che i detrattori di Prodi lo accusarono di voler svendere la SME ad un concorrente politico di Bettino, visto che il ricavo che lo Stato ottenne nel 1993 dalla vendita del colosso alimentare fu maggiore di quello che si sarebbe ricavato dall’operazione marcata Prodi. Beh questi stessi detrattori non ricordano che il valore venne stabilito in 497 miliardi di lire, da una perizia fatta dal professor Roberto Poli (all’epoca docente di ragioneria generale presso l’Università Cattolica di Milano). Una perizia successiva, effettuata dal professor Luigi Guatri (all’epoca rettore dell’Università Bocconi), confermò la stima di Poli.

Le perizie private fatte dalla controparte e presentate successivamente durante lo stesso processo, attestarono un valore commerciale della SME pari a 470 miliardi secondo la Ferrero (in cordata per l’acquisizione della SME con la Barilla e la Fininvest) e 490 miliardi secondo la perizia della stessa Barilla, quindi, in realtà, la cifra chiesta e accettata dalla commissione bilancio presieduta da Paolo Cirino Pomicino era addirittura superiore di 27 miliardi in un caso e di 7 nell’altro. Un’ultima cosa sul processo SME, De Benedetti si senti defraudato da Craxi e perciò citò in giudizio l’IRI davanti al Tribunale di Roma. Quest’ultimo però rigettò tutte le accuse nei tre gradi di processo. Il 9 marzo 2000 il Tribunale di Milano sollevò il sospetto che la corte di Roma fosse stata “influenzata” da Silvio Berlusconi (proprietario della Fininvest) attraverso il versamento di tangenti al giudice Filippo Verde, presidente del Tribunale civile di Roma, al giudice Renato Squillante, capo dei GIP di Roma, dagli avvocati Cesare Previti e Attilio Pacifico (il primo dei quali era legale della Fininvest).

L’ex capo dei gip di Roma, Renato Squillante, fu imputato per corruzione in atti giudiziari e furono chiesti 11 anni e 4 mesi, mentre l’ex giudice romano Filippo Verde fu accusato di corruzione ai fini della mancata vendita della SME e furono chiesti 4 anni e 8 mesi. Di entrambi i capi d’accusa furono, invece, accusati: l’avvocato Attilio Pacifico (chiesti 11 anni) e l’avvocato Cesare Previti (chiesti 11 anni); per Silvio Berlusconi furono chiesti invece 8 anni. Ma nel 2003 la posizione di Berlusconi fu stralciata grazie al Lodo Schifani, mentre nel 2006 la Corte di Cassazione stabilì che la Procura di Milano non avrebbe mai dovuto iniziare le indagini, in quanto incompetente, ed annullò le sentenze emesse dal Tribunale di Milano. Ma questa è un’altra storia.

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