VERA GRECO: “IL PARCO DEGLI IBLEI NON È SOLO UNA QUESTIONE NATURALISTICA”


Un nuovo modello di sviluppo: cooperazione, sinergia e consapevolezza

Abbiamo intervistato la Sovrintendente ai BB CC di Ragusa, Vera Greco, sull’istituzione del Parco degli Iblei.

cava d'ispica

Dottoressa Greco ci da il suo punto di vista sulla costituzione del Parco degli Iblei e del perché il sindaco di Ragusa, Nello Dipasquale, e quello di Santa Croce Camerina, Lucio Schembari, fanno tanto ostruzionismo?
Il Parco? Nell’immaginario collettivo è rappresentato come un’inutile istituzione buona solo a porre vincoli paesaggistici. Questo perché l’idea di sviluppo che comporta l’istituzione di un parco è diametralmente opposta a quella seguita finora. Per decenni abbiamo continuato a credere che “massacrare il territorio, cementificandolo, significava creare sviluppo”. È innegabile, infatti, che l’edilizia coinvolgendo diverse forze economiche della società crea una certa ricchezza, ma altrettanto vero è,  che un tale modo di agire compromette il territorio in modo irreversibile se non a patto di re-investire enormi somme di denaro pubblico, in opere di bonifica e di recupero del territorio medesimo, non sempre con risultati soddisfacenti.
Il paesaggio è un valore, una potenzialità, una risorsa che non andrebbe inficiata sino a questo punto e a corroborare la veridicità di questa posizione sono le esperienze fattive di chi ha scelto, prima di noi, un percorso di sviluppo alternativo, ecosostenibile. Chi cioè ha investito su un territorio e sull’identità culturale che lo caratterizza. Le aree che si sono mosse in questa direzione hanno avuto un immediato riscontro pratico sia dal punto di vista economico e quindi occupazionale, ma anche da un punto di vista squisitamente culturale, vedendo rafforzato il senso di appartenenza delle singole comunità ad un unico territorio, al quale sono legate storicamente e culturalmente.

Questo è l’assunto fondamentale senza il quale risulta inutile qualsiasi ragionamento. L’ostruzionismo che l’idea del Parco ha calamitato su di sé o più semplicemente le riserve che qualcuno ha avanzato sull’effettiva utilità di un Parco, potrebbero essere giustificate dal fatto che in Sicilia la gestione dei parchi non è stata e non è lungimirante. Troppo spesso, infatti, su queste realtà grava l’inefficienza di consigli di amministrazione pachidermici ingessati da una mancanza di progettualità e da una burocrazia inutile. Ma questa consapevolezza piuttosto che legittimare un’idea di sviluppo retrograda, deve fungere da stimolo e da monito affinché il Parco degli Iblei possa far parte dei tanti esempi positivi esistenti in Italia ed all’estero. “E per far ciò risulta essenziale una progettazione, un piano definito in ogni suo aspetto, che preceda l’effettiva realizzazione del Parco”.
Innanzitutto, un “mito” che va sfatato sin da subito riguarda la nascita di vincoli e lacciuoli sino ad oggi inesistenti. L’area del Parco è già vincolata. Ci sono vincoli paesaggistici, vincoli legati all’azienda forestale e vincoli riguardanti le città d’arte. La creazione del Parco, invece, determinerebbe il passaggio da un sistema di vincoli singoli ad un sistema di vincoli organicamente concepito, che comporterebbe la nascita del sistema delle opportunità. Vincolare un territorio non vuol dire congelarlo, ma regolamentarne l’uso e la fruizione in modo compatibile alle esigenze del territorio e delle comunità che lo abitano.
Le opportunità derivanti dalla messa a sistema di un territorio non sono delle mere ipotesi, ma sono una realtà comprovata e comprovabile dai fatti, dai bilanci dei parchi esistenti, dall’esperienza diretta di quei territori che già vivono questo altro modello di sviluppo. Stiamo parlando di numeri riscontrabili in qualsiasi momento, basta solo andarli a cercare.
Basterebbe infatti vedere come il Parco nazionale d’Abruzzo, i parchi europei o quelli canadesi, ad esempio, interagiscono e in che modo lo fanno con le comunità, che cosa implica, da un punto di vista pratico e non, la gestione e la messa a regime di un parco per questi territori.
Si può infatti parlare di un sicuro miglioramento della qualità della vita. Il miglioramento delle condizioni ambientali come ad esempio la salubrità dell’aria o della qualità dei prodotti derivanti dai settori zootecnico ed agroalimentare è innegabile. Si può parlare di ripercussioni economiche, non intendendo esclusivamente i livelli occupazionali direttamente collegati alla gestione del parco, e quindi ai vari compiti di vigilanza, di custodia e tutela dello stesso, ma a tutto l’indotto sospinto e stimolato dalla nascita del parco stesso. Pensiamo ad attività imprenditoriali legate all’eventuale nascita di un Marchio del Parco, riguardante sia i prodotti artigianali che enogastronomici. Marchio che garantirebbe da un lato la tracciabilità e dall’altro lato la qualità dei prodotti, mentre promuoverebbe i territori in un’operazione di marketing imprenditoriale in nessun modo paragonabile ai risultati raggiungibili dai singoli comuni, anche quando questi dovessero essere ricchi ed importanti come quello ragusano o quello siracusano. Ma ancora non vanno sottovalutati i flussi turistici e le loro dinamiche all’interno dell’area del Parco. Parliamo di turismo enogastronomico, escursionistico o di turismo culturale, perché legato alle città d’arte o ai siti d’interesse storico-archeologico.
Il tutto rivivrebbe una seconda giovinezza perché i territori verrebbero messi a sistema sotto l’unico cappello che è rappresentato dal Parco. Gli stessi siti archeologici o il sistema museale ne trarrebbe enorme vantaggio, sempre dalla messa a sistema e dalla gestione comune, che permetterebbe di calmierare i costi altissimi, riuscendo al contempo ad offrire un servizio migliore.
Un unicum, quindi, di zone marittime, rurali e montane, ma anche di aree d’interesse paesaggistico, storico, enogastronomico, in una parola un unicum culturale.
Quei centri, invece, sino ad oggi considerati disagiati, come le comunità montane, messi in sinergia con quelle zone, oggi meta dei flussi turistici, come le zone balneari e le città d’arte, godrebbero di un sicuro effetto traino dovuto nuovamente alla visibilità donatagli dall’intero territorio del Parco. Un esempio sono le greenway.  Strumento di penetrazione dolce, sostenibile e lento, capace però di dare una stanzialità al turista, che poi è la vera ricchezza, di contro a quell’altro tipo di turismo, quello mordi e fuggi, che per ora caratterizza il nostro territorio. A tal fine la Sovrintendenza ha già definito dei vincoli e ha già stilato con la provincia e con l’azienda foreste due progetti esecutivi.
Ma tutto ciò affinché possa divenire realtà, necessità di un effettivo progetto che, al di là di particolarismi ed egoismi vari, riesca a mettere in sinergia le enormi ricchezze di un territorio sino ad oggi sottovalutato, sfruttato o nella migliore delle ipotesi vissuto parzialmente.
Sovrintendente l’ufficio da Lei diretto è stato invitato a partecipare all’incontro indetto dal sindaco Nello Dipasquale per il prossimo 19 Gennaio?
No, non sapevo neanche dell’esistenza di questa riunione.
Ha un’ultima dichiarazione da fare?
Voglio il Parco.

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PARCO DEGLI IBLEI O PARCO DELLE IDENTITÀ?


Palmento

Del Parco degli Iblei se ne parla ormai da circa vent’anni. Due decenni che non hanno aiutato minimamente la popolazione e le amministrazioni a capire cosa è un parco, a cosa serve, cosa tutela e cosa promuove. La confusione e la disinformazione regnano sovrane.
Qualcuno è fermamente convinto che l’istituzione di un parco sarebbe un errore, in quanto ingesserebbe l’economia e riproporrebbe un modello naturalistico fallimentare, rappresentato oggi dalle riverse dell’Irminio e del Pino d’Aleppo, zone effettivamente degradate e delle quali non si capisce l’utilità, neanche da un punto di vista ambientale.
“Chi si è espresso contro l’istituzione di questo parco – ha dichiarato Nanni Di Falco, guida ambientale ed escursionistica – ha dimostrato solo di non sapere ciò di cui si sta parlando, visto che continua a confonderlo con le riserve.

Il parco così come lo intendiamo noi va inteso come un modello di sviluppo alternativo, all’interno del quale ci sono città, comunità, zone rurali, aree dove è permessa la caccia e naturalmente zone integrali, come il fondo valle delle cave”.
La differenza tra la riserva, così come la conosciamo nel nostro territorio, e il parco è sostanziale. Il parco è un istituto finalizzato alla fruizione, anche perché esso nasce e si sviluppa sull’intima relazione sussistente tra uomo e territorio. Un rapporto che dura da millenni e di cui il territorio medesimo, così come l’uomo ibleo, ne porta i segni. Ecco perché quando si parla di Parco è sbagliato racchiuderlo in una sola categoria sia essa quella naturalistica o culturale.
Iniziamo col dire che l’eventuale Parco degli Iblei rappresenterebbe l’8% dell’intera Sicilia, ovvero sarebbe il più grande dell’isola ed uno dei più grandi in Italia. Costituito per il 57% dal territorio siracusano, per il 30% da quello ragusano, mentre il restante riguarderebbe la provincia catanese. Va fatto notare, inoltre, che delle 3000 specie di piante presenti in Sicilia 1500 sono presenti negli iblei, di queste 1500 il 5% sono endemiche. Caratteristica non proprio da sottovalutare in una terra insulare.
Da un punto di vista squisitamente naturalistico questo territorio, quindi, ha un valore inestimabile. Questa area estendendosi dal mare sino al Monte Lauro riesce ad annoverare al suo interno piante proprie del deserto tunisino ed algerino (come la cicoria spinosa e la ginestra bianca), della macchia mediterranea (come il carrubo, l’ulivo ed il leccio) e ancora specie proprie degli ambienti montani (come il bucaneve e il cerro).
“Forse, però, la caratteristica su cui bisognerebbe accendere i riflettori –  afferma Paolo Uccello, guida naturalistica e documentarista – è l’identità di questo territorio, un’omogeneità culturale vecchia di millenni, fatta di tradizioni popolari, storiche e religiose. Non c’è un angolo – continua Paolo Uccello – di questo territorio che non conservi un abbeveratoi, un edicola votiva, un trappeto (frantoio) o un palmento; gli iblei sono un ecomuseo all’aperto”. Questa omogeneità la ritroviamo anche negli antichi mestieri che accomunavano le economie delle genti del siracusano e del ragusano, si pensi ai carbonai o alle attività legate alla pietra calcare, da cui si estraeva la calce, e alla pietra da taglio, destinata ad abbellire i palazzi nobiliari del catanese e del messinese.
Parco delle Identità lo si potrebbe chiamare. Una identità geologica, antropologica e naturalistica ravvisabile nella lingua, nei detti popolari, nelle feste e nelle credenze magico-religiose, che accomunano questi popoli. Non dimentichiamoci dei festeggiamenti in onore di San Paolo e della tradizione dei “ciarauli” e “ro scantu”. Oppure di quei due divieti che ci raccontano delle influenze pagane ancora vigenti in queste terre. Come l’impossibilità di bruciare l’aratro, strumento con il quale il contadino fecondava la terra, pena la dannazione eterna o l’uccisione dei gatti, di diretta derivazione egizia.
“Una storia antichissima – prosegue Paolo Uccello – spezzata dalla nascita delle zone industriali, una storia che potrebbe essere recuperata e tutelata anche tramite l’istituzione del Parco, che andrebbe a ricostituire tutto una serie di legami cancellati dal tempo”.
L’istituzione del Parco è un’opportunità, lo si è detto più volte, un’opportunità culturale, naturalistica ma anche economica, basterebbe osservare come i trend demografici, economici e turistici cambiano in quelle zone dove vengono istituiti i parchi, si pensi al Parco dell’Aspromonte o a quello delle Madonie. “Queste zone, atavicamente depresse, hanno visto le loro economie rinascere – continua Paolo Uccello – grazie all’ingresso di flussi turistici insperati e alla creazione di un marchio dei prodotti del parco. La cosa importante è quella di non chiudersi a riccio, di non isolarsi, non bisogna credere che possiamo bastare a noi stessi. Occorre invece che la gente prenda consapevolezza e si appropri del suo territorio. Oggi fare sistema è diventato una necessità, solo tramite la sinergia delle forze in essere si possono superare tutta una serie di difficoltà altrimenti insormontabili. I parchi occupano, occupiamoci dei parchi”.