EUROPA. LAUTSI VS ITALIA, UNA SENTENZA PROBLEMATICA


Una battaglia durata otto anni quella di Soila Lautsi, cittadina italiana di origine finlandese, per far rimuovere il crocefisso dalle aule scolastiche frequentate dai suoi figli. Una battaglia conclusasi, per ora, con la sentenza, del 3 novembre scorso, della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha ravvisato “una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni” medesimi.

Abbiamo intervistato la professoressa Diletta Tega, ricercatrice presso la Facoltà di giurisprudenza dell’Università degli studi di Milano Bicocca.

Quale autorità ha la Corte europea dei diritti dell’uomo per decretare una tale sentenza?

L’autorità della Corte proviene direttamente dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, un trattato internazionale redatto nel 1950 ed emanato nel 1953. Questa Convenzione non riguarda esclusivamente l’Unione europea, ma l’Europa come continente geografico, sono infatti 47 gli Stati che l’hanno ratificata. Tra gli assunti fondanti della Convenzione vi è quello di realizzare “una unione più stretta tra i suoi Membri firmatari, e che uno dei mezzi per conseguire tale fine è la salvaguardia e lo sviluppo dei Diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali; … queste libertà fondamentali costituiscono le basi stesse della giustizia e della pace nel mondo.

Quindi questa sentenza è ineccepibile?

Non è proprio così. In linea di principio non è né giusta né sbagliata. Una tale sentenza va sempre raccordata con il contesto giuridico di riferimento. Essa può essere considerata in un senso o nell’altro in base al dettato costituzionale, alla volontà espressa dai padri costituenti. Questo verdetto è estremamente critico e problematico, proprio perché lo Stato italiano non ha definito pienamente, da un punto di vista giuridico, il concetto di laicità. Per trovare una sua definizione dobbiamo rifarci alla sentenza della Corte costituzionale n° 203 del 1989, con la quale si stabilì la non obbligatorietà dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. In questa sentenza si afferma che il principio della laicità implica la non indifferenza da parte dello Stato dinanzi alle religioni e la sua equidistanza da esse, al fine di salvaguardare la libertà di religione, in un regime di pluralismo confessionale e culturale. Quello che a me pare è che la Corte europea abbia paragonato, in questa sentenza l’Italia alla Francia, in un’equazione non immediata proprio perché il concetto di laicità francese non è assimilabile a quello italiano. Per la Francia laicità significa neutralità nei confronti della religione, lì lo spazio pubblico è depurato dalla religione, che diviene un fenomeno squisitamente privato. La Corte europea, a mio modo di vedere, non ha debitamente considerato che cosa significa laicità per lo Stato italiano, non dando il giusto peso alla nostra tradizione giuridica, alla nostra peculiarità costituzionale. Sarebbe interessante capire pienamente il perché questa volta la Corte europea abbia deciso in tal senso, riducendo al minimo il margine di apprezzamento statale ovvero quel confine estremamente mobile in base al quale La Corte decide, di volta in volta, quando un principio, espresso dalla Convenzione europea dei diritti, viene disatteso o violato da una misura statale. La mobilità di questo confine è determinata dalle circostanze e dagli eventi particolari che hanno spinto quella data nazione ad operare in quella certa maniera. Detto ciò non possiamo non ricordare che uno dei membri della Corte europea dei diritti dell’uomo è il giudice italiano Vladimiro Zagrebelsky, che è un insigne giurista, estremamente competente.

Quali sono gli articoli costituzionali italiani ai quali potrebbe essere ascritta questa sentenza?

Sono: l’art. 2 (riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali); l’art. 3 (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali); l’art. 7 (Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani); l’art. 8 (Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge); l’art. 19 (Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume); l’art. 20 (Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative).

Cosa risponderebbe a chi asserisce che garantire determinate libertà all’altro è iniquo oltreché pericoloso in quanto gli stessi diritti non ci vengono riconosciuti in altre parti del mondo, come ad esempio nei Paesi islamici?

 Queste dichiarazioni non hanno alcun senso, poiché il nostro ordinamento ripudia il principio di reciprocità. Lo Stato italiano con l’art. 10 della Costituzione si conforma al diritto internazionale e garantisce allo straniero l’asilo qualora il suo Stato di origine non è in grado di assicurargli l’effettivo esercizio delle libertà democratiche.

Può farci una breve panoramica del come le nazioni europee affrontano questo fenomeno.

Brevemente non possiamo ignorare il caso francese, dove è vietato indossare simboli religiosi nelle scuole medie superiori, o il caso turco, dove il divieto è esteso sino all’università. Un altro caso molto interessante a mio modo di vedere è quello rappresentato dal land bavarese, tradizionalmente cattolico. Nel 1995, infatti, i giudici del tribunale bavarese sancirono la natura non culturale o civile del crocefisso, definendolo perciò un simbolo cattolico. Con questa sentenza il Tribunale decretò d’altra parte la necessità di trovare una soluzione pacifica ed amicale all’interno dell’istituto stesso, qualora fossero sorti contestazioni di natura religiosa o ideologica. Quindi non con un atto d’imperio.

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