Il Gioco delle tre carte. L’ex Pdl, il Polo della Nazione e l’antipolitica


Il countdown dei partiti è iniziato. Era un po’ che aleggiava, ma adesso possiamo dire che ci siamo. Prima lo spread con la crisi, quindi lo spauracchio greco ed il Governo Monti. E ancora le inchieste dei tribunali di mezza Italia che colpiscono il PD al nord e al sud, dimezzano o azzerano i vertici della Lega Nord e poi il Pdl, che con i suoi esponenti è sempre un must per ogni procura. Ma tutto ciò non era stato sufficiente a far crollare il teatrino della politica, occorreva la fatidica goccia. Ci ha pensato Grillo con il suo Movimento o meglio con il suo presunto 10% ad accellerare il moto di distruzione.

Tutto questo, naturalmete, poggia sul sostanziale fallimento del governo Monti e sul fatto che il popolo italiano pian piano ne sta prendendo coscienza.

Già l’anno scorso, quando il governo retto da Silvio Berlusconi era solo il fantasma di se stesso, pian piano si faceva largo l’idea che il Popolo della Libertà era giunto, come il suo leader, al capolino. Si parlò della nascita di un nuovo partito,  che avrebbe soppiantato il “vecchio” Pdl, legato a doppio filo con il Partito Popolare Europeo. Un soggetto politico che, avendo messo alla porta il Cav., avrebbe preso nome e linee di pensiero proprie del Ppe. Poi si parlò pure dell’eventualità della nascita di due partiti il Ppe, appunto, ed un secondo retto da Berlusconi e dai suoi fedelissimi. Oggi le cose sono finalmente più chiare.

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L’anti-politica, estrema ratio di una classe decotta


Periodicamente la casta dei politici o dei politicanti come vorrebbe il vecchio Platone, si chiude a riccio e paventa lo spauracchio dell’antipolitica.

Premmesso che Grillo e il Movimento Cinque stelle mi piace, ma non mi esalta, fosse solo per il razzismo strisciante dell’ex comico genovese, non vedo cosa ci sia di tanto scandaloso in una persona che denuncia il malaffare nello Stato italiano, fatto questo che trova, anche solo a livello teorico-potenziale la spalla in una buona fetta della società italiana, che è onesta.

L’abbecedario (Alfano-Casini-Bersani) e tutto il magma di omuncoli e lacché che li circonda, piuttosto che sbandierare una presunta superiorità e metter in guardia i cittadini dal fenomeno anti-politica, dovrebbero ri-formarsi e riformare il loro pensiero, i loro partiti e le loro azioni legandole, finalmente, ad un sistema di valori realmente universali. Invece no! Parlano di populismo. Quando Alfano e Casini col populismo hanno sino all’altro ieri amoreggiato schifosamente e neanche Bersani si può dire che sia stato totalmente esente da questa pratica obbrobriosa.

Tutti i vari commentatori come gli onorevoli, i giornalisti, i direttori, gli editorialisti e presunti intellettuali che pasteggiano sui canali televisivi e dalle colonne dei quotatissimi giornali italici, dovrebbero spiegarci che cosa è l’anti-politica. Perché di certo questo sentimento non è rivolto alla nobile arte di amministrare la cosa pubblica, come non è rivolta ai partiti considerati genericamente come libere associazioni di persone intorno ad un’idea o a una visione condivisa, i tedeschi colti parlerebbero di weltanschauung. Quello che banalmente e troppo sinteticamente viene chiamata anti-politica altro non è che il rigurgito della gente per bene nei confronti di una manica di delinquenti, incapaci, quotidianamente distratti dai propri interessi personali quando per lavoro dovrebbero amministrare gli interessi della cosa pubblica.

Se fosse possibile fare delle domande a questi signori feudali la prima sarebbe di certo questa: avete il privileggio di stare in Parlamento? Perché non la finite di distrarre l’opinione pubblica dai problemi reali per salvarvi il vostro aureo deretano e vi mettete seriamente a lavoro per salvare il nostro bronzeo deretano?

Domande che a vario titolo e in vario modo ho posto a queste persone, ma questi, presentissimi sui social network, non si degnano di nessuna risposta, perché la democrazia e il web 2.0, per loro, altro non è che l’ennesimo ufficio stampa.

Spero che la rivolta del pane, di manzoniana memoria con quel simpaticissmo canuto che con le unghie gratta l’intonaco della casa del Vicario, possa nel ventunesimo secolo divenire una realtà. Sappiamo già che il ruolo del narratore, che stigmatizza il vegliardo perché dimentico delle cose ultraterrene, sarà adeguatamente  ricoperto dall’abbecedario o da chi per loro, a latitare, invece, sono i ruoli dei vecchi canuti.

Economia & crisi. Non nel mio giardino. Esodati di chi la colpa?


Capita raramente, ma ogni tanto capita. Trovarmi in accordo con la Marcegaglia. Il presidente degli industriali italiani se la prende con il ministro Elsa Fornero e in particolar modo con la sua ultima uscita riguardante gli esodanti, che sarebbero stati creati dalle imprese.

La Marcegaglia ribadisce che:

non si possono mettere in discussione gli accordi che, nel pieno rispetto delle leggi, imprese e sindacati hanno stipulato per attenuare gli impatti sociali derivanti dalla crisi. L’aver limitato l’applicazione del precedente regime previdenziale solo ad alcuni soggetti, senza darsi pensiero di tutti i lavoratori coinvolti nelle procedure di mobilità, è stata una scelta del legislatore, non certo delle imprese. Ora si tratta di trovare le risorse economiche per affrontare la questione e mettere la parola fine a quel balletto di numeri cui assistiamo in questi giorni.
Con estrema chiarezza si deve dire che non si tratta di una concessione rispetto alle legittime sollecitazioni che giungono da lavoratori, organizzazioni sindacali e imprese, bensì di un atto dovuto.

Vero, anzi verissimo. Ma la cara confindustriale forse dimentica che lo sport nazionale di questo Paese non è il calcio, bensì rimangiarsi la parola. Cosa dovremmo dire allora, o meglio perché lei non si è espressa, sulla riforma delle pensioni? Anche lì se non mi sbaglio lo Stato aveva fatto un patto con milioni di cittadini, con milioni di lavoratori, patto che si è disciolto come neve al sole. E lasciamo stare se è l’Europa che ce lo chiede o sono le industri che ce lo chiedono o ancora è la crisi che ce lo impone. Il fatto semplicisimo è che lo Stato si era accordato in un modo sui tempi e sulle retribuzioni del fine lavoro e poi un bel giorno ha ritrattato unilateralmente tutto, una volta, due volte, tre volte e così via.

Qui nessuno si è indignato, qui nessuno ha parlato, qui nessuno ha fatto valere i diritti della gente, dei lavoratori, dei pensionati, in fondo chi sono questi se non una massa informe che non arriva a fine mese?

Infine, anche Elsa Fornero ha ragione. Chi, infatti, se non gli industriali, che piangono vergognosamente miseria ogni dì, ha creato gli esodati? Sono loro che non riescono (parafrasandoli) con coraggio e spirito imprenditoriale a superare la crisi e continuano a vedere nello sfruttamento dell’operaio l’unica soluzione ai loro problemi. Licenziamenti, licenziamenti e ancora licenziamenti è l’unica parola che sembrano conoscere. Certo a questa “strategia” affiancano, ottocentescamente, l’aumento delle ore di lavoro e la riduzione dei salari. Sono dei sempre verdi.

Marchionne docet. Fa dei prodotti scadenti, che non hanno mercato e costano pure! Quale soluzione trova il geniale manager per risollevare le sorti della Fiat? Quella di cancellare i diritti ai lavoratori e di buttar fuori le voci critiche (Fiom).

Se una lezione possiamo trarre da tutto questo bailamme fatto di crisi, licenziamenti, disoccupazione, piagnistei, dolore e suicidi è solo una: chi paga sono sempre gli stessi. L’anello debole di questa catena.

L’ideona manca e a salvare la baracca ci pensa il popolo bue


Il Governo non ha ideone. Che brutto termine. Ma a parte ciò,  credo che un po’ tutti noi ce n’eravamo accorti già da un po’.  Monti e lo squadrone dei tecnici si erano presentati alla nazione come i salvatori della Patria, così come il popolo italiano, stanco di Berlusconi e fiducioso nel proprio Presidente della Repubblica, li aveva salutati come l’unica e ultima ancora di salvezza.

I tecnici, con le loro competenze professorali, con il loro rinnovato linguaggio (da un punto di vista politico), con la loro “sobrietà”, ci avevano indotto a pensare che qualcosa potesse cambiare. Visto che questi non fanno i politici di professioni, visto che questi non hanno l’esigenza di ripresentarsi alle prossime politiche, tutti noi avevamo creduto di poter assistere ad una rivoluzione democratica, liberale e pacifica.

Rimbombano ancora nella mia mente le parole di insediamento del professor Monti come Presidente del Consiglio in Senato:

Governo di impegno nazionale significa assumere su di sé il compito di rinsaldare le relazioni civili e istituzionali, fondandole sul senso dello Stato. È il senso dello Stato, è la forza delle istituzioni, che evitano la degenerazione del senso di famiglia in familismo, dell’appartenenza alla comunità di origine in localismo, del senso del partito in settarismo. Ed io ho inteso fin dal primo momento il mio servizio allo Stato non certo con la supponenza di chi, considerato tecnico, venga per dimostrare un’asserita superiorità della tecnica rispetto alla politica. Al contrario, spero che il mio Governo ed io potremo, nel periodo che ci è messo a disposizione, contribuire in modo rispettoso e con umiltà a riconciliare maggiormente – permettetemi di usare questa espressione – i cittadini e le istituzioni, i cittadini alla politica. Io vorrei, noi vorremmo, aiutarvi tutti a superare una fase di dibattito, che fa parte naturalmente della vita democratica, molto, molto, accesa, e consentirci di prendere insieme, senza alcuna confusione delle responsabilità, provvedimenti all’altezza della situazione difficile che il Paese attraversa, ma con la fiducia che la politica che voi rappresentate sia sempre più riconosciuta, e di nuovo riconosciuta, come il motore del progresso del Paese.

Bene! Anzi benissimo, mi dissi. Ma oggi a distanza di qualche mese, mi rendo conto che l’operato di questi bocconiani, di questi professori, di questi tecnici non ha nulla di eccezionale, di straordinario. Le loro iniziative, le loro proposte sono perfettamente in sintonia con il lavoro di qualsiasi altro governo politico, italico. Ovvero non c’è bisogno di nessuna famigerata laurea alla Bocconi o master ad Harvard o a Oxford, per fare quello che stanno facendo.

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Esteri: Medio Oriente



 Il 23 settembre Abu Mazen, presidente dell’ANP, chiede formalmente all’Onu il riconoscimento dello Stato Palestinese, con capitale Gerusalemme ed avente i confini del 1967, cioé prima della Guerra dei 6 giorni. 

Benjamin Netanyahu, leader israeliano, assente durante il discorso dell’omologo leader palestinese, comincia il suo discorso aprendo uno spiraglio: “Tendo la mano ai palestinesi per una pace giusta e durevole”. Poi, però, delegittimando l’ONU, ribadisce che la pace non può essere raggiunta attraverso risoluzioni internazionali, ma solo con la trattativa diretta tra i due popoli. E così, in nome della trattativa, quattro giorni dopo, il 27 settembre annuncia 1100 nuovi insediamenti a Gerusalemme est (territorio dei palestinesi).

INTERNI: CRAXISMI


Stefania Craxi dopo aver apprezzato Libero e il suo direttore per “coraggio e spirito di indipendenza”si lamenta con lo stesso direttore per un articolo a firma di Gianluca Veneziani che: “per fare dello spirito sulla latitanza del “socialista” direttore dell’Avanti! Valter Lavitola, arriva a definire “latitanti” i socialisti costretti ad espatriare per le persecuzioni del regime fascista, da Nenni a Pertini, passando naturalmente per Craxi. Ogni accoppiamento – continua Stefania – dei grandi socialisti con il signor Lavitola è un insulto. Perdoni lo sfogo, ma la storia di questa testata rappresenta un punto miliare della storia stessa del Partito Socialista Italiano (non a caso Pietro Nenni amava ripetere che “il partito è una segretaria e l’Avanti!”)”.

Forse sarebbe il caso di ricordare al sottosegretario agli Affari Esteri, che non solo accostare il nome di Lavitola ai grandi socialisti italiani, come Nenni e Pertini, è un insulto, ma annoverare tra i grandi socialisti Bettino Craxi è un insulto agli italiani, all’Italia e alla sua storia. 

INTERNI: IL “CE L’HO DURISMO” DI BOSSI


Era il 1993, quando un deputato della Lega Nord sventolò un cappio nell’aula di Montecitorio, si era appena conclusa la stagione di Manipulite.

Il 15 luglio 2011 sull’affare P4 la Lega Nord si astiene sul voto per l’arresto di Alfonso Papa, astenersi ha significato l’arresto del deputato del PdL.

Il 21 settembre 2011 si vota nuovamente in aula per l’arresto del braccio destro di Giulio Tremonti, Marco Milanese, indagato dalla procura di Napoli per: associazione a delinquere, corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio. La Lega Nord vota contro l’arresto. E’ stato un atto dovuto, blindare Milanese per tutelare Tremonti nel difficile momento della presentazione della quarta manovra finanziaria.

Il 28 settembre 2011 si vota, ancora una volta per l’arresto di un parlamentare, tocca al ministro dell’Agricoltura, Saverio Romano, indagato per mafia. La Lega Nord vota contro. Per Bossi è tutta una questione interna alle procure.

Quando si vuol dividere l’uomo in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà…